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Recensione Silenzio in sala
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1794, Polo Nord. Una spedizione si imbatte in un uomo in fuga da, quel che questi ritiene, una terribile minaccia.

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Voto Silenzio in Sala: 4.0/5
Voto utenti: 3/5

Egli si chiama Victor Frankenstein, e comincia a raccontare al capitano della nave la sua triste e incredibile storia. Diversi anni prima Frankenstein, in seguito alla dolorosa morte della madre, perita nel dare alla luce il suo fratello minore, si era interessato anima e corpo alla possibilità di sconfiggere per sempre la morte. Durante i suoi esperimenti, ossessionato dall'idea dell'immortalità, aveva perso il senno e tentato l'inimmaginabile: creare la vita assemblando parti di cadaveri. Riuscito nella sua folle impresa, Victor si accorse però di aver dato alla luce una creatura mostruosa, e quindi abbandonata, scacciata e in perenne fuga a causa del suo aspetto. E quando il mostro scoprì infine l'identità del suo creatore, per Frankenstein, nel frattempo in procinto di sposarsi con Elizabeth, amata fin da bambino, la vità divenne un vero e proprio inferno.

Francis Ford Coppola aveva dato il via, due anni prima, al ritorno in grande stile al cinema dei classici dell'orrore, proponendo una versione gotica e sontuosa di Dracula. Nel 1994, forse titubante di mettersi nuovamente alla regia per un altro caposaldo, sceglie di affidare a Kenneth Branagh la regia di una nuova versione del Frankenstein di Mary Shelley. Considerato ormai il degno erede di Laurence Olivier, e prima della sua sontuosa e potente versione dell'Amleto, Branagh veniva dal successo di critica, oltre che dell'entusiasmante debutto con Enrico V, di un'ennesima trasposizione del Bardo inglese, Pene d'amor perdute.

Durante i suoi esperimenti, ossessionato dall'idea dell'immortalità, aveva perso il senno e tentato l'inimmaginabile: creare la vita assemblando parti di cadaveri

Scelto per sé il ruolo principale, il regista affida la fondamentale figura del mostro a un nome di prima importanza come Robert de Niro, e circondandosi di attori eccelsi come Helena Bonham Carter, John Cleese e Ian Holm.

Elegante e vibrante, in pieno stile Branagh, Frankenstein di Mary Shelley è un'opera che non lesina in sequenze disturbanti (in Italia il film è stato vietato ai minori di 14 anni) e che, pur sfiorando gli eccessi, riesce sempre a mantenersi, seppur in bilico, su un certo equilibrio narrativo/visivo di indubbio fascino. Coraggiosa e ispirata anche nelle sue non invisibili imperfezioni, la pellicola è pregna di una forza imponente che si eleva sia nel comparto tecnico, con una fotografia che gioca sulle tonalità dei colori e dei contrasti, e una colonna sonora magniloquente che ben immerge nelle atmosfere ottocentesche del racconto. Altro punto di forza è la sceneggiatura, affidata ad un veterano nonché noto e apprezzato regista come Frank Darabont (Le ali della libertà, Il miglio verde), che benché guardi con rispetto al testo originale, si distacca in diverse occasioni, puntando su un sapore grandguignolesco che restituisce al pubblico una nuova e particolare versione della storia, con un finale in grado di stupire lo spettatore. Ottima la prova attoriale, soprattutto da parte dei due personaggi principali: Branagh riesce a creare una figura credibile di un uomo diviso tra la sete di conoscenza e l'ossessione di sconfiggere la morte e l'amore per l'amata Elizabeth, mentre de Niro, su cui è stata cucita una versione della creatura più umanizzata e fedele al romanzo, riesce a risultare intenso e sofferto anche sotto l'inquietante trucco.

di Maurizio Encari
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