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Recensione Silenzio in sala
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Nel 1985 usciva, in Francia, un romanzo destinato a diventare una vera e propria pietra miliare nella letteratura contemporanea. Il paradiso degli orchi di Daniel Pennac è una favola nera, dove il giallo delle indagini si mescola agli innumerevoli colori partoriti dalla fantasia del suo strampalato protagonista, Benjamin Malaussene, immerso in una famiglia a metà strada tra Oliver Twist e la tradizione di casa Disney.

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Voto Silenzio in Sala: 4.0/5
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Quasi trent’anni dopo, finalmente, Daniel Pennac ha trovato un regista, Nicolas Barry, in grado di trasporre sul grande schermo questa epopea bizzarra e surreale, che non rinuncia ai toni fantastici dell'opera originaria, senza tuttavia esserne solo una copia conforme.

Benjamin Malaussene (Raphael Personnaz) lavora al grande centro commerciale Au Bonheur Parisien; sotto la sua occupazione come controllore tecnico, però, l’uomo nasconde un mestiere ben preciso. Egli è il Capro Espiatorio; quotidianamente si reca nell’ufficio reclami per essere vessato e umiliato dal direttore, sotto gli occhi increduli di bravi cittadini parigini che se ne tornano a casa senza aver sporto denuncia per elettrodomestici mal funzionanti e potenzialmente pericolosi. Un lavoro tutt’altro che entusiasmante, al quale però Benjamin non può rinunciare, perché con il suo stipendio può badare ai suoi fratellastri e alle sue sorellastre, abbandonati sulle sue spalle da una madre sempre in viaggio tra un fidanzato e l’altro, tra una gravidanza e l’altra. La vita di Benjamin, però, subisce una svolta quando una serie di attentati cominciano ad avere luogo al centro commerciale e che spingono il commissario Rabdomant e l’ispettore Carregga (Thierry Neuvic) a sospettare proprio di lui. Nel frattempo Benjamin si imbatte nella bella Zia Julia (Berenice Bejo), una giornalista un po’ svampita che gli fa perdere la testa.

Ci sono volute quasi tre decadi per vedere le meravigliose parole di Pennac prendere vita attraverso la magia del cinema; un'attesa che è stata ampiamente ripagata dal film di Nicolas Barry, una favola moderna che alterna l’ambientazione moderna a piccoli indizi ed oggetti risalenti agli anni ottanta. Tale universo colorato e sognante restituisce l’immagine di una Parigi che, se da una parte ha rinunciato alla forte impronta di Belleville del romanzo, dall’altra appare immersa in una sorta di non-luogo magico, assurdo e affascinante. Su questo scenario che fa brillare gli occhi, si muovono personaggi che rendono giustizia a quelli tratteggiati su carta.

Egli è il Capro Espiatorio; quotidianamente si reca nell’ufficio reclami per essere vessato e umiliato dal direttore, sotto gli occhi increduli di bravi cittadini parigini che se ne tornano a casa senza aver sporto denuncia per elettrodomestici mal funzionanti e potenzialmente pericolosi

Raphael Personnaz, con i suoi profondi occhi blu spalancati su un mondo nel quale si tuffa con l’entusiasmo di un bambino, interpreta alla perfezione un Benjamin Malaussene non solo credibile, ma anche affascinante, con il quale lo spettatore si identifica in un batter d’occhio, lasciandosi guidare in un gioco dove i toni della commedia si uniscono a quelli del thriller, in una storia di orchi natalizi e bambini scomparsi. Non sono da meno tutti i personaggi secondari, capitanati da un eccezionale Emir Kusturica che da anima, corpo e voce al personaggio di Stojil, un cinico e rassegnato ex capo della sorveglianza, che vive recluso in una sorta di caverna, giocando a scacchi con Benjamin, e ascoltando il suono di un senso di colpa che lo schiaccia. Attento alla costruzione di dialoghi brillanti, di scene surreali e di situazioni al limite del comico, Il paradiso degli orchi è un piccolo gioiello della fabbrica cinematografica transalpina, che irretisce grazie alla propria natura briosa e originale. Attenzione ai titoli di coda: Il paradiso degli orchi regala la propria anima frizzante fino alla fine.

di Erika Pomella
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