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Recensione Silenzio in sala
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Ispirato alla vera storia di Eugene Allen, Lee Daniels - regista già candidato all’Oscar per Precious - racconta quasi un secolo di storia americana attraverso gli occhi quieti e tenaci di Cecil Gaines (Forest Whitaker), maggiordomo afroamericano al servizio della Casa Bianca per trentaquattro anni e sette presidenti: un uomo conteso fra l’indole al servizio e un ideale di giustizia ed emancipazione sociale.

Si prende un personaggio epico, un po’ inconsapevole, socialmente appartenente a una qualsiasi minoranza e attraverso una vita che ha dell’eccezionale si racconta la storia americana contemporanea, lunga un numero indistinto di presidenti e cronache in cui il cinema Usa si immerge, certo che il pubblico di tutto il mondo non potrà non apprezzare una rassicurante carrellata di volti noti e momenti iconici. La formula è apparentemente perfetta, ricetta di successo sicuro e usata almeno una volta da registi come Robert Zemeckis, David Fincher e Clint Eastwood.

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Voto Silenzio in Sala: 3.0/5
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Ma a ben vedere, il ruolo di narratore di un’epoca è realmente riuscito nella storia del cinema solo all’innocente Forrest Gump: dall’emulativo Il curioso caso di Benjamin Button al troppo borioso J. Edgar, i personaggi si sono rivelati tutti inadeguati; per raccontare una grande storia ci vuole allo stesso tempo un grande autore e un imponente protagonista.

Dopo una carriera di alti e bassi - dal meraviglioso Precious del 2009 al meno fortunato Paperboy del 2012 – ripercorre la strada dell’auto narrazione americana Lee Daniels, un regista che aveva tutte le carte in regola per produrre un cult. Attraverso un grandioso protagonista, l’immenso Forest Whitaker Premio Oscar per L'ultimo re di Scozia, e una galassia di comprimari come Oprah Winfrey, Robin Williams, John Cusack e Jane Fonda, Daniels narra la vita di Eugene Allen, al quale nel film è preferito il nome di Cecil Gaines, maggiordomo afroamericano al servizio della Casa Bianca dal 1957 al 1986. Come per le pellicole che l’hanno preceduto, The Butler: Un maggiordomo alla Casa Bianca racconta un’esistenza da attore/spettatore, inquadrata fra cambiamenti epocali, ritorni all’ordine e rivoluzioni, fra Kennedy e Nixon, fra i grandi conflitti americani del XX secolo e gli scandali di potere. A esse si aggiunge una novità: coerentemente con il protagonista narrato - e anche con la formazione del regista - la pellicola si tinge di un tocco black, ponendo l’accento sull’azione di Martin Luther King e sui movimenti dei Black Panthers, fino all’insediamento di Barack Obama. Nella narrazione del dissidio personale del maggiordomo, conteso fra il dovere professionale del servizio e l’impegno al fianco della famiglia per la causa dei neri d’America, la trama beneficia di umanità e personalizzazione e si caratterizza come un perfetto prodotto della Hollywood dell’era Obama. L’ascesa di un umile nero da raccoglitore di cotone negli anni ’20 a servitore dignitoso dei presidenti è infatti una storia da Stati Uniti degli anni Duemila, un omaggio a una nazione che in settant’anni ha modificato il proprio volto da stato dichiaratamente razzista a paese delle libertà.

Con 115 milioni incassati negli USA (contro i 30 di budget) e un posto da protagonista già prenotato fra le poltrone degli Oscar, The Butler: Un maggiordomo alla Casa Bianca ha tuttavia il volto dell’ennesimo autoreferenziale innamoramento statunitense.

Nel ritratto di Cecil Gaines come orgoglioso nero americano, Forest Whitaker offre una prova eccezionale che gli permette di allentare la rigidità del personaggio interpretato e regalare al pubblico alcuni ottimi duetti di cinema con la moglie Gloria/Oprah Winfrey, un’emozionante co-protagonista femminile che è senza dubbio il personaggio più autentico del film.

Su questi presupposti, era prevedibile che la pellicola di Lee Daniels sarebbe stata un successo senza pari in patria. Con 115 milioni incassati negli USA (contro i 30 di budget), The Butler: Un maggiordomo alla Casa Bianca ha tuttavia il volto dell’ennesimo autoreferenziale innamoramento statunitense. Nonostante non si possa imputare al regista, sia per il proprio trascorso autoriale sia per l’autenticità della narrazione, una qualche disonestà nel racconto, l’impressione dominante che si ha durante tutta la visione del film è di un rassicurante dejavù che rinuncia a colpire dove può invece accarezzare. La rabbia disarmante che Daniels non aveva mancato di mettere in scena in una pellicola appassionata come Precious, qui è del tutto assente: si preferisce invece commuovere con sentimenti buoni e proclamare infine, dopo molte battaglie, l’immancabile assioma della famiglia unita come ciò che realmente dà forza al protagonista.

Nitidamente scritto in una sceneggiatura quasi classica e tecnicamente perfetto in ogni dettaglio – dalle musiche, ai costumi e alle scenografie sino alla messa in scena grandiosa – The Butler: Un maggiordomo alla Casa Bianca è un film troppo ben fatto per non piacere ma eccessivamente studiato per risultare simpatico. Una pellicola che regala con facilità al pubblico un ragionato cocktail di romanticismo, attualità e retorica.

di Aurora Tamigio
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