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Recensione Silenzio in sala
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Giulio (Diego Abatantuono) e Marina (Angela Finocchiaro), imprenditori milanesi che hanno superato con sollievo la crisi, si apprestano a festeggiare il Natale attendendo l’arrivo dei parenti nella loro casa di montagna. La famiglia allargata comprende il fratellastro napoletano di Giulio, Antonio (Carlo Buccirosso), la sorella Chiara (Claudia Gerini) - separata con figli - che arriva con il nuovo compagno Domenico (Claudio Bisio) e la figlia di Giulio e Marina, Valentina (Cristiana Capotondi), che in occasione delle Feste presenta in famiglia il nuovo fidanzato, Francesco (Raoul Bova), bellissimo ma privo delle braccia al seguito di un incidente.

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Voto Silenzio in Sala: 1.5/5
Voto utenti: 3/5

Tra fraintendimenti, equivoci e affetti riscoperti la famiglia passerà un Natale da ricordare.

Sfortunatamente entrato fra i neologismi della lingua italiana, è ormai da qualche anno che si legge sui vocabolari, alla voce “cinepanettone”, la definizione di “film comico-demenziale di produzione italiana destinato ad uscire nelle sale cinematografiche durante il periodo natalizio”. Per quanto sottili e striscianti siano i dibattiti intorno alla classificazione delle pellicole dicembrine sotto questa etichetta – che gli autori rifuggono come un marchio infamante – il cinepanettone è un genere ormai codificato in cui l’ultimo film di Fausto Brizzi si colloca perfettamente. Per quanto il regista romano sia un autore che ha invano tentato di collocarsi più sul solco della nuova commedia che nel cinema demenziale, dando persino agli esordi l’impressione di riuscirci con pellicole come Notte prima degli esami o Maschi contro femmine/Femmine contro maschi (un cinema non particolarmente arguto ma senz’altro dotato di spirito e di qualche elemento di originalità), dallo sfortunato Pazze di me in poi quella di Brizzi è stata una parabola discendente verso una filmografia scadente che trova di certo in quest’ultima pellicola una consacrazione.

Risparmiando al povero Monicelli qualsiasi paragone con Parenti Serpenti, a cui il film è stato crudelmente accostato, ed evitando il rimando che il titolo stabilisce con il cult di Stanley Kramer del 1967, Indovina chi viene a cena?, la pellicola di Brizzi è un prodotto emulativo non solo di ciò che lo ha preceduto ma anche auto-citazionista e ripetitivo di quelle situazioni inverosimili e farsesche che dominano i passati film della sua stessa filmografia, divagazioni prive di qualsiasi acutezza in tema di rapporti sentimentali. La pretesa di Brizzi di raccontare nelle sue pellicole l’Italia dell’attualità - punzecchiando argomenti come la crisi economica, la disabilità, la famiglie moderna - nell’intenzione strizza l’occhio alla commedia dei maestri ma nel risultato serve quanto basta a privare il film della sua ingenuità e ad attribuirgli il carattere di un fallito racconto natalizio all’italiana. Non basta la spolverata di buoni sentimenti, la non-volgarità, il finale zuccherino a salvare lo spettatore da una condizione di perenne imbarazzo nell’assistere alle gag solo fisiche del clown Bisio, all’ormai nota inflessione dialettale di Abatantuono, alla recitazione dilettantistica di Capotondi e Bova. In Indovina chi viene a Natale? si ride poco e senza convinzione, e se nell’Italia del cinema è sufficiente che un film comico non sia triviale per decretarne una ricezione positiva del pubblico allora è forse il caso di parlare, non tanto di un prodotto che ha intenzione di divertire ma piuttosto di un definitivo requiem. Requiem per la commedia e per i suoi autori, parodiati in pellicole senza corpo e senza spirito, requiem per attori in un altro tempo validi (come Diego Abatantuono, amatissimo da generazioni di cinefili, come Claudia Gerini, ex musa di Verdone, come Gigi Proietti, ormai cammeo di se stesso), requiem anche per il genere della favola natalizia familiare e requiem per l’intera stagione cinematografica natalizia italiana che condanna gli spettatori a film privi di contenuto, che è dato chiedersi se in un altro periodo dell’anno avrebbero altrettanto risalto.

Per quanto sottili e striscianti siano i dibattiti intorno alla classificazione delle pellicole dicembrine sotto questa etichetta – che gli autori rifuggono come un marchio infamante – il cinepanettone è un genere ormai codificato in cui l’ultimo film di [Fausto Brizzi] si colloca perfettamente

di Aurora Tamigio
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