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Recensione Silenzio in sala
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Un avvocato di successo (Michael Fassbender) decide per avidità ma anche per bisogno economico di entrare in un affare di droga che potrebbe rendere 20 milioni di dollari, con la spavalda sicurezza di uscirne indenne. Si mette quindi in contatto con il malavitoso Reiner (Javier Bardem) e l'ambiguo Westray (Brad Pitt).

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Voto Silenzio in Sala: 4.0/5
Voto utenti: 3/5



Ce ne sono abbastanza di motivi in The Counselor per far venire l'acquolina in bocca: alla regia un certo Ridley Scott, nel cast attori affermati come Michael Fassbender, Javier Bardem, Brad Pitt, Penelope Cruz, Cameron Diaz e alla sceneggiatura l'esordio cinematografico di uno dei romanzieri americani più apprezzati degli ultimi anni, Cormac McCarthy, che già tanto ha dato al mondo della celluloide con i suoi scritti. Ma il cinema non vive della somma dei suoi addendi e il rischio di un'opera sotto le aspettative era da mettere in conto. Per fortuna sono proprio le singole componenti di regia, cast e script - tutti quanti al loro meglio - a rendere The Counselor un film coerente nel metodo e nella forma; funereo, cimiteriale e da ultima sentenza. Una pellicola che ha il sapore del noir apocalittico. Ridley Scott coglie l'atmosfera del film e agisce di conseguenza: soffoca e rende silenziosa la macchina da presa concentrandosi su movimenti basilari e leggiadri come i campo-controcampo, raccordi e minime carrellate. Si immerge in una forma filmica solo superficialmente laccata e da patina; una messa in scena che pare estetizzante ma che punta al chirurgico, all'immagine glaciale, alla perfezione dell'inquadratura. Ma come nella scena del film in cui un gioielliere spiega al procuratore, interpretato da Fassbender, che anche i diamanti più grezzi hanno delle storture e difetti, sotto alla purezza dello sguardo registico di Scott si nasconde l'imperfezione, lo sbaglio, lo sporco esistenziale.

Per fortuna sono proprio le singole componenti di regia, cast e script - tutti quanti al loro meglio - a rendere un film coerente nel metodo e nella forma; funereo, cimiteriale e da ultima sentenza

Ville enormi e bellissime all'esterno arredate con un trionfo del kitsch più sfrenato. Completi eleganti e pacchiane giacche multicolore nella stessa sequenza. Si nasconde tutto per poi rivelare il nulla. Ed è in questo contraddittorio stilistico che si vanno ad inserire la parola e l'atmosfera McCarthiana.

In The Counselor e nei suoi dialoghi si parla di qualunque cosa ma non si comunica più niente. La voce, la capacità oratoria hanno perso significato diventando inutili. Nessun gesto conta più per davvero, a parte quelli tombali (come può essere nel caso del film, una stretta di mano).

Il film si concede di mostrare l'ormai esiguo valore dei rapporti umani. Unici personaggi che sembrano aver tenuto una parvenza d'umanità sono la coppia Fassbender-Cruz, mostrati nell'incipit in un rapporto sessuale carnale e ancora attaccato all'essere umano. Ma il loro modo di vivere non esiste più, questo approccio dolce alla vita non può che essere sorpassato da personaggi sensuali e poco catalogabili come quello di Cameron Diaz che preferisce copulare con una Ferrari. Un mondo che ha il concetto di fine marchiato a fuoco, che vive di non-regole perché non c'è ne è più nessuna da seguire, se non quella di farne parte e stare al gioco. Un aspetto che l'ingenuo procuratore (di cui non viene mai pronunciato il nome, come se anche l'identità fosse diventata solo un'altra parola) riuscirà a capire troppo tardi. Ritorna alla mente il Cosmopolis di David Cronenberg con la stessa puzza nichilista e la medesima sensazione di vuoto totale, accompagnati dal destino ineluttabile tipico dei romanzi di McCarthy. The Counselor si sottrae e si annulla con la sua forma e il suo contenuto: l'una è l'involucro definitivo e senza redenzione di un universo senza speranza, dove il male è presente, terrificante ma mai visibile, sempre rimandato attraverso pronome - loro sanno, fanno, non c'è nulla che loro non siano capaci di fare. Ridely Scott si rassegna dolcemente al microcosmo creato dal famoso scrittore e filma solo l'indispensabile, senza movimenti superflui o pleonastici virtuosismi. Perché non c'è più nulla da raccontare, non c'è mai stato. Il fato delle vicende è chiaro ed esplicito fin dall'inizio. Senza via d'uscita si aspetta la morte in silenzio, con pacata rassegnazione.

di Riccardo Tanco
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