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Recensione Silenzio in sala
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È l'Italia dei paradossi quella che porta al cinema il giovane regista Sidney Sibilia, 31 enne salernitano alla sua opera prima prodotta dalla Fandango e dalla Ascent Film di Matteo Rovere, in collaborazione con Rai Cinema. L'Italia in cui un archeologo sovrintende scavi e lavori cittadini in cambio di mezzo panino con gli operai.

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Voto Silenzio in Sala: 3.5/5
Voto utenti: 3.5/5

In cui due virtuosi della lingua latina lavorano di notte per un cingalese in una pompa di benzina e un biologo serve ai tavoli di un ristorante cinese. In cui un economista prova a sbarcare il lunario tentando la fortuna a poker nella bisca di una comunità rom e un antropologo nega la sua laurea pur di lavorare come sfasciacarrozze. La crisi quindi, come sfondo di Smetto quando voglio, un film citazionista con stile, comico e colto, politicamente scorretto ma senza la ormai inflazionata e fastidiosa volontà di denuncia sociale a tutti i costi.

La storia è quella di una banda di ricercatori che decidono di mettersi insieme per far fronte alle difficoltà del precariato, improvvisandosi spacciatori di una nuova sostanza allucinogena, assolutamente home-made e per un vuoto legislativo sorprendentemente legale. Il capobanda è lui: Pietro Zinni (Edoardo Leo, fortemente voluto dal regista) 37 anni, ricercatore. In costante tentativo di far quadrare i conti pur perseverando nel suo sogno di ottenere una cattedra all’università si trova, spalle al muro dopo l’ennesimo rifiuto, a pensare a una strada alternativa per stare a galla. Così decide di riunire le sue luminari conoscenze - anche se disperate e ormai alla deriva della società - per buttarsi nel mondo della produzione di smart-drug, da vendere a ragazzini viziati dal portafoglio gonfio che popolano le discoteche romane. Ma i nostri supereroi sono troppo nerd per non sapere che la battaglia è persa in partenza. La carriera da ricchi e affermati farabutti dura giusto il tempo di qualche festino, poi arriva il fatidico smetto quando voglio, scusa consolatoria e rassicurante nella sua portata menzoniera, che consente di perseverare ancora un altro po’ nell’illusione di aver risolto tutto mentre in realtà si pensa già a un piano per intraprendere il viaggio di ritorno.

Smetto quando voglio è un esordio originale, assolutamente vincente che si va a collocare in un vuoto, quello lasciato nel panorama delle commedie italiane e lo riempie con la sua originalità stilistica, con il suo respiro internazionale.



Traendo spunto dalla lettura di un articolo su dei laureati in Filosofia con lode che lavoravano come netturbini – senza rinunciare di notte a disquisire sulla Critica della ragion pura - Sibilia realizza una commedia grottesca e originale, di respiro anglosassone che non intende condannare né snocciolare facile moralismo, piuttosto raccontare come una storia apparentemente paradossale sia non solo comune ma sulla quale si possa anche sdrammatizzare. Una commedia acida, allucinante e allucinogena insieme, dove dei comici spaventati guerrieri provano a combattere una battaglia, rispondendo ad armi pari (quindi moralmente discutibili) alla crisi e alle logiche politiche che guidano il Paese. Il film è una contaminazione di citazioni tratte da epoche diverse: I soliti ignoti di Mario Monicelli, l’amata serie tv Breaking Bad, Romanzo CriminaleBoris (la serie tv), Ocean’s eleven e addirittura uno sketch ispirato al Pippo Chennedy Show. Pur citando a man bassa, Smetto quando voglio mantiene una genialità sui generis: il mash-up di elementi cult di genere è rielaborato in uno stile unico e originale che lascia il segno, come la fotografia di Vladam Radovic a doppia dominante cromatica, stracarica, estrema per più di metà pellicola, che ritorna tenue all'approssimarsi della fine.

Un fotografia che può apparire strana, persino fastidiosa, ma il cinema ai tempi dei filtri di Instagram non può non tener conto di questi espedienti per alterare la realtà in una maniera così brutalmente veritiera. Anche il lavoro sulla sceneggiatura, che vede coinvolti Valerio Attanasio e Andrea Garello, risulta efficace e intelligente, soprattutto nella caratterizzazione dei personaggi caricaturali, mai banali, interpretati da un ottimo cast. I dialoghi infatti sono ben strutturati: abbandonata la pretesa di fare dell’ironia a tutti i costi, la comicità è affidata all’estremizzazione dei contrasti, come l’abitudine degli accademici a disquisire con termini aulici in contesti contrastanti (pompe di benzina, discoteche). Smetto quando voglio è un esordio originale, assolutamente vincente che si va a collocare in un vuoto, quello lasciato nel panorama delle commedie italiane e lo riempie con la sua originalità stilistica, con il suo respiro internazionale, con il suo fare implicito che non intende suggerire più di quanto non sappiamo già, soprattutto pensando a noi stessi. Un film stupefacente, in tutti i sensi. 

di Valentina Pettinato
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