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RoboCop Recensione


RoboCop Recensione

Recensione Silenzio in sala
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2028, Detroit, la città delle macchine per eccellenza. Nel Senato è in corso un aspro scontro su una proposta di legge che intenderebbe allargare l’utilizzo degli automi per fini militari, vale a dire per far fronte agli scoppi di violenza interni che dilagano nel tessuto del paese.

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Voto Silenzio in Sala: 2.0/5
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La Omnicorp allora, forte delle molte vittorie ottenute con i suoi droni in svariati conflitti in cui l’America è coinvolta, nonostante qualche voce contraria, dà a vita a un nuovo prodotto da lanciare sul mercato: un poliziotto cyborg metà uomo e metà macchina. Il candidato più adatto al delicato scopo viene identificato nel giovane poliziotto Alex Murphy (Joel Kinnaman), marito abnegato e padre irreprensibile, che verrà sacrificato per testare la buona riuscita dell’esperimento. Il remake di RoboCop era operazione spinosa e delicata tanto da lasciare le major impantanate per un lasso di tempo non indifferente. Quando negli studi MGM è arrivato il giovane regista brasiliano José Padilha qualcosa si è mosso e il suo entusiasmo contagioso si è rivelato la chiave vincente per dare il la al concretizzarsi del progetto. Fan da sempre del personaggio e del film originale firmato Paul Verhoeven e autore di Tropa de Elite – Gli squadroni della morte (Orso d’Oro al 58mo festival di Berlino), Padilha impatta però con l’inevitabile complessità di un banco di prova non semplice, di cui era assai complicato appropriarsi senza produrre ovvi paragoni con la prima versione e scontentare più di un palato.

Il film di Verhoeven del 1987, e qui sta probabilmente la sua rivoluzionaria originalità, era lontanissimo dai codici del film d’autore e, cosa spesso riscontrabile nel cinema dell’olandese, si trattava di un apologo muscolare e vigoroso che riusciva ad essere sottilmente critico senza essere smaccatamente politico. Cinema di genere di solida sostanza, non vessato dall’urgenza dei sottotesti ma da quella della spigliatezza anarchica. Capace dunque ancora oggi di spiccare il volo e di suggerire una libertà visiva e tematica di questi tempi praticamente inarrivabile.

José Padilha accentua la lettura politica ma lascia per strada il succo della lezione impartitagli dal suo predecessore: un grande film su un tema industriale non può non avere uno sguardo altrettanto industriale, da intendere come artigianato di altissimo livello.

In grado di mettere in piedi una lettura allegorica dei corpi umani così come della loro assenza nella lampante commistione di sessualità, manipolazione e violenza, senza calarla dall’alto ma rendendola consustanziale alla spettacolarità di un cinema bollato con l’etichetta della serie B ma senza complessi d’inferiorità rispetto a quello convenzionalmente ritenuto di prima classe. Il tutto all’insegna della fusione tra meccanicità e pensiero umano, tra automatismo pilotato e logica del cuore non indotta. Padilha, invece, inverte il segno e il senso della sua opera e compie un’operazione di fatto opposta: non dimentica le leggi della robotica di Isaac Asimov ma lascia per strada il potere visionario della costruzione di Verhoeven, guardando alle grosse produzioni di oggi come se un b-movie con gli attributi non fosse (più) atto a dire certe cose in maniera lucida e contemporanea. Ecco che allora del potere graffiante dell’originale questo remake coglie solo l’aspetto epiteliale e superficiale, quello più a diretto contatto con la pelle obnubilata del protagonista trasformato in robot.



Padilha accentua la lettura politica ma lascia per strada il succo della lezione impartitagli dal suo predecessore: un grande film su un tema industriale non può non avere uno sguardo altrettanto industriale, da intendere come artigianato di altissimo livello. Il nuovo RoboCop questo mantra lo fraintende, tentando di eludere in calcio d’angolo i propri limiti: sembra piuttosto un film Marvel mancato e truccato ad arte da b-movie comunque in scia col modello imperante del cinecomic contemporaneo per sopperire alle carenze strutturali rispetto a quel parametro di riferimento (ed è inutile sottolineare che non era esattamente questo il concetto base di industrialità da ravvisarsi nell’originale degli anni ’80). L’ampliarsi delle implicazioni familiari dell’agente robotizzato, per altro, non trovano un reale compimento al di fuori dell’esaltazione di una logica spettacolare che vada ad investire anche l’ambito dei sentimenti. L’ingranaggio allora va in panne ben presto, tra coreografie d’alterna efficacia e una sceneggiatura che prende in mano il matitone dalla punta spessissima per sottolineare didascalicamente passaggi e interpretazioni, impalcature ideologiche di un potere corrotto e di una prassi politica deviata dei piani alti. Un po’ poco, con tutto in bella mostra ma senza l’ombra, anche in questo caso, di una carnalità pronta a negare realmente la carne come ogni realtà cyberpunk che si rispetti. Il remake appare invece faticosamente e goffamente aderente alle due idee in croce di cui si fa portavoce, non nuovissime e messe in campo in maniera altrettanto subalterna e derivativa. A mozzare il respiro contribuiscono anche i continui intermezzi televisivi con un guascone anchorman interpretato da Samuel L. Jackson, che vorrebbero alleggerire il tono e puntare a quel disimpegno ironico e apparentemente non pretenzioso che sulla carta fa molto anni ’80. Altri tempi, non replicabili, se non nello spirito profondo figuriamoci con automatici copia-incolla di dubbia funzionalità e di furbastra fedeltà filologica.

di Davide Stanzione
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