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Recensione Silenzio in sala
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Tredici anni di storia d’amore di Elena (Kasia Smutniak) e Antonio (Francesco Arca), dal primo incontro - fra gli amici di sempre, i triangoli amorosi, le delusioni e le passioni - sino al matrimonio, la cui felicità è presto sostituita da tradimenti, incomprensioni e infine dalla malattia. Il cancro che colpisce Elena costringerà entrambi a un bilancio esistenziale maturo e amaro, in cui anche Antonio sarà oggetto di una profonda trasformazione.

Chiusa la parentesi retrò di Magnifica Presenza e lasciata da parte l’insolita leggerezza di Mine vaganti, a tredici anni di distanza da Le fate ignoranti, Ferzan Ozpetek torna a raccontare l’amore nel suo volto più doloroso, coperto dal velo rosa del melodramma e dalla coltre pesante della malattia e della morte.

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Nonostante lo stile immediato delle sue pellicole, la storia d’amore tra Ozpetek e il pubblico cinematografico si prospetta, all’uscita di ogni suo nuovo film, dall’esito tutt’altro che scontato. Ancora una volta, com’è sin dagli esordi, in Allacciate le cinture il regista italo-turco non nasconde alla macchina da presa i propri motivi ricorrenti e le proprie ossessioni. Una poetica che negli anni è diventata sempre più coerente; un’estetica marcatamente volta al bello, non solo nelle scenografie e nella scelta del cast, ma anche nella stessa costruzione dell’inquadratura. Che sia nel racconto dell’amore o della sofferenza, la vocazione di Ozpetek resta sempre l'emozione, il creare con lo spettatore una straziante empatia che passa anche da volti di attori non sempre provenienti dal cinema, ma talvolta presi dalla televisione di consumo.

Chiunque ami l’incredibile talento del regista nel raccontare i sentimenti troverà anche in Allacciate le cinture uno stile che si apprezza o si detesta, senza mezze misure. Debitore del melò italiano quanto delle appassionate atmosfere orientali, l'ultima fatica di Ozpetek è una storia d’amore che abbandona i paradossi de Le fate ignoranti quanto la quotidianità borghese di Saturno contro: la sceneggiatura di Gianni Romoli (di nuovo al fianco di Ozpetek dopo qualche anno di pausa) costringe lo spettatore a immergersi fra i tormenti e le passioni di Elena e Antonio, e del coro di personaggi che ruota loro intorno. Complice anche qualche poetico artificio narrativo - come l’incontro/scontro automobilistico fra passato e presente dei protagonisti - la vita di ieri e quella di oggi sono intersecate l’una contro l’altra, in un intenso bilancio esistenziale. Alle “due vite” di Elena e Antonio corrispondono due tempi diversissimi del film: la prima parte, scanzonata e romantica; la seconda più drammatica e tormentata.

Alle “due vite” di Elena e Antonio corrispondono due tempi diversissimi del film: la prima parte, scanzonata e romantica; la seconda più drammatica e tormentata.



A molti anni di distanza dai racconti del passato, il mondo narrato da Ozpetek non è più un affascinante dipinto da decifrare e ha perso molta di quella misteriosa fede nel Caso che rendeva avvincenti le battaglie dei protagonisti contro le sue beffe. Di contro a questa perdita di poesia, soprattutto nella seconda parte del film resta poco pathos e molto fotoromanzo: una vicenda che si riavvolge in motivi davvero troppo ricorrenti - l’universo gay, l’amore che si consuma, la malattia come pretesto per le lacrime. Le scelte di cast affiancano a conferme come Carolina Crescentini, Elena Sofia Ricci e Paola Minaccioni scelte inedite come la protagonista Kasia Smutniak e il grande scivolone Francesco Arca. Sebbene sia ormai proverbiale che Ozpetek possa fare recitare chiunque - e lo conferma l’irripetibile caso di Gabriel Garko ne Le fate ignoranti - l'esperimento Arca smentisce il regista.

di Aurora Tamigio
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