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American Beauty Recensione


American Beauty Recensione

Recensione Silenzio in sala
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Molto prima di portare al cinema, con Revolutionary Road, gli anni Sessanta della middle class americana, Sam Mendes dirige l’eccezionale Kevin Spacey in un film che nel 1999, in tempi ancora non sospetti di crollo del capitalismo, abbatte il sogno statunitense a colpi di filosofia, marijuana e petali di rosa.

Lester Burnham (Kevin Spacey) ha 42 anni, un lavoro che detesta, un matrimonio in crisi con Carolyn (Annette Bening) e un pessimo rapporto con la figlia Jane (Thora Birch), un’adolescente introversa. Una sera conosce a una partita di basket Angela (Mena Suvari), bellissima cheerleader amica di Jane: l’infatuazione per la ragazza lo spinge a dare una svolta alla propria vita, grazie anche all’amicizia con il giovane Ricky (Wes Bentley), fidanzato di sua figlia e vicino di casa, che spaccia marijuana a insaputa del severo padre colonnello.

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Nel 1997, mentre Sam Mendes conduce una soddisfacente carriera teatrale, coltivando confusamente le proprie ambizioni cinematografiche, un promettente sceneggiatore di nome Adam Ball, vinto dalla proprie frustrazioni, scrive American Beauty. Due anni dopo, sul finire degli anni Novanta, in una Hollywood in cui il romance e la fantascienza la fanno da padroni, Mendes e Ball realizzano una delle più singolari pellicole di narrazione e critica della borghesia americana. Un elogio alla bellezza nascosta nell’aberrazione e nell’ipocrisia. Un omaggio alla cultura USA che passa attraverso il rock, la letteratura e il cinema.

American Beauty è un film che, nelle sue sbalorditive due ore, distrugge e crea: sul modello di Stanley Kubrick genera una nuova Lolita e, ancor più di Full Metal Jacket, abbatte il mito militarista. Colpisce l’ego maschile e le fragilità femminili; mette in scena complessi edipici e sindromi di Stoccolma. Un vero e proprio manuale di compulsioni, non solo erotiche, dove il sesso è il pretesto per un racconto esistenziale.

Sam Mendes dirige l’eccezionale Kevin Spacey in un film che nel 1999, in tempi ancora non sospetti di crollo del capitalismo, abbatte il sogno statunitense a colpi di filosofia, marijuana e petali di rosa.



Eppure ciò che rende indimenticabile l’opera prima di Sam Mendes è la sua vocazione noir. Se l'inizio cita niente meno che Viale del Tramonto, dove a fare da narratore è lo stesso protagonista, che anticipa allo spettatore la propria sorte, nel finale la suspence lascia il posto a un epilogo struggente. Sam Mendes racconta la controversa bellezza americana sfruttando ogni mezzo del cinema: un grande cast (non solo Kevin Spacey, ma anche Wes Bentley e Annette Bening), inquadrature onirico/lisergiche, l'uso innovativo della tecnica digitale e la fotografia Premio Oscar di Conrad Hall. Una grande opera contemporanea.

di Aurora Tamigio
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