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Godzilla Recensione


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Il rinnovato interesse per kaiju, mostri pantagruelici e altre creature provenienti da epoche cinematografiche più ingenue e spensierate – inteso in senso tutt’altro che dispregiativo – risponde a un’esigenza di mediazione fra due retaggi culturali diversi, Giappone da una parte e Stati Uniti dall’altra, ma al contempo si propone di “elevare” la qualità produttiva di un immaginario che storicamente si nutre di b-movie, risorse artigianali e budget limitati, il cui fascino naif è tuttora indiscutibile. Godzilla esemplifica perfettamente quest’approccio mentale, ma si tiene a distanza di sicurezza dal primo remake firmato Roland Emmerich: se il film del regista tedesco incarnava le dinamiche dei blockbuster anni Novanta (che lui stesso aveva contribuito a definire), dove la morbosità della distruzione era stemperata da uno humour palesemente farsesco, Gareth Edwards raccoglie invece l’eredità dei kolossal hollywoodiani contemporanei, che tendono a costruire la trama per gradi, approfondiscono i risvolti scientifici e puntano alla razionalizzazione del fantastico.

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In effetti, il soggetto di Dave Callaham tende a escludere gli espedienti più “fantasiosi” (Godzilla non è un prodotto delle radiazioni, ma una creatura preistorica) in favore di un approccio più rigoroso e lineare, che giustifica razionalmente il comportamento dei mostri e gli sforzi di Godzilla per abbattere i suoi nemici. Non un vero e proprio difensore dell’umanità, bensì un garante degli equilibri naturali: il Re dei Mostri è una divinità ancestrale che incarna la forza primigenia della natura, paladino di leggi incontrovertibili che portano ordine laddove regna il caos.

In questo contesto, l’uomo è ridotto alla sua dimensione basilare: quella di spettatore che assiste impotente alle manifestazioni della natura, fonte di un terrore atavico e pre-illuminista. Lo spettacolo è dirompente e suggestivo, non solo per la qualità “materica” delle creature in CGI o per la profondità degli effetti stereoscopici, ma anche per il senso di grandiosità che questi mostri trasmettono attraverso i loro scontri, affrontandosi come antichi titani che si contendono la Terra. Purtroppo però, non appena il film abbandona le proporzioni macroscopiche per tornare a misura d’uomo, concentrando l’attenzione sui conflitti umani, la sceneggiatura di Max Borenstein rivela una costruzione drammaturgica piuttosto debole, gravata da caratterizzazioni fragilissime o inesistenti (Ken Watanabe, David Strathairn e Sally Hawkins sono davvero sprecati) e da intrecci familiari privi di pathos, che non approfondiscono le implicazioni sentimentali o psicologiche insite nei diversi legami di parentela, soprattutto fra il protagonista Aaron Johnson, palesemente fuori parte, e il padre Bryan Cranston. Dal canto suo, Edwards fa di tutto per valorizzare il fascino ipnotico di alcune sequenze che, sulla carta, sarebbero ben più banali, come l’esplorazione del ponte ferroviario, le prime apparizioni dei mostri o il lancio col paracadute su San Francisco: il regista, memore della sua precedente esperienza con il valido Monsters, tende a celare la minaccia nell’ombra o nella nebbia, evocandone la presenza per mezzo di singoli dettagli che s’interrompono sadicamente sul più bello, poco prima di rivelarci il soggetto nella sua totalità.

Il punto debole del film resta quindi confinato alla sfera umana, che peraltro, in termini di screen time, è nettamente superiore a quella mostruosa. Ma sul piano della meraviglia, dello stupore infantile, del magnetismo fantascientifico e del gusto spettacolare, le creature assumono un ruolo preponderante: Godzilla funziona meglio quando abbraccia la sua natura di giocattolone puro, scevro da altre ambizioni che non siano l’intrattenimento e il grande spettacolo visivo. Quando invece si avvicina ai personaggi umani e tenta di raccontarne i conflitti, non fa altro che replicare i peggiori cliché caratteriali ed emotivi dei blockbuster hollywoodiani, ormai vecchi di almeno un ventennio.

In questo contesto, l’uomo è ridotto alla sua dimensione basilare: quella di spettatore che assiste impotente alle manifestazioni della natura, fonte di un terrore atavico e pre-illuminista

di Lorenzo Pedrazzi
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