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Recensione Silenzio in sala
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Escludendo il titolo, l’alternanza fra due piani temporali e la presenza delle Sentinelle, poco o nulla rimane della memorabile storia di Chris Claremont da cui Bryan Singer ha tratto ispirazione per questo suo ritorno fra i mutanti Marvel. X-Men - Giorni di un futuro passato adotta infatti alcuni celebri topoi dei viaggi nel tempo con il solo scopo di mettere ordine in una timeline caotica, dove la continuità narrativa si era ormai smarrita nell’affollamento di sequel, prequel e spin-off: si tratta, insomma, di un vero e proprio reboot, ma astutamente collocato all’interno della saga originale, sfruttando un semplice intreccio di paradossi temporali per giustificare il ritorno del franchise allo status quo da cui tutto era iniziato.

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Voto Silenzio in Sala: 3.0/5
Voto utenti: 3/5

Il futuro distopico dominato dalle Sentinelle, controllate a loro volta da un’oscura gerarchia umana, ci viene mostrato solo per brevi frammenti, calcando la mano sulla cupezza del contesto e sulla spettacolarità dei combattimenti fra gli X-Men e i robot, qui resi praticamente imbattibili grazie alla loro capacità di assorbire e replicare i poteri dei mutanti. In tal senso, sul piano del mero intrattenimento visivo, i primi minuti del film superano ampiamente gli altri capitoli della saga: le scene d’azione sono coreografate con notevole gusto acrobatico, soprattutto grazie ai portali creati da Blink, ma recano anche le tracce di una certa morbosità iconoclasta, poiché si soffermano ripetutamente sulla morte di alcuni personaggi celebri e molto amati, con effetti talvolta piuttosto brutali. Peccato però che, al di là dell’azione, la maggior parte dei mutanti siano caratterizzati soltanto dai loro poteri, e vengano ridotti a figure mute sullo sfondo (soprattutto quelli “nuovi”, come la stessa Blink, Sunspot e Warpath).

Se il futuro distopico valorizza i risvolti più spettacolari, a discapito di quelli narrativi, il corpo centrale di Giorni di un futuro passato è invece ambientato negli anni Settanta, dove la definizione della trama e dei personaggi risulta più accurata. Periodo ambiguo e turbolento, complesso e contraddittorio (è l’epoca del ritiro delle truppe americane dal Vietnam, ma anche dello scandalo Watergate), gli anni Settanta paiono il momento ideale per far scoppiare una rivoluzione o, al contrario, per soffocarla sul nascere: le azioni di Magneto e Mystica si rivelano fondamentali sia per salvare il destino dei mutanti – e quindi di tutta l’umanità – sia per condannarli a un avvenire di tenebre e distruzione, sollevando i soliti dilemmi etici sull’opportunità di una reazione violenta da parte degli oppressi contro gli oppressori. In effetti, la tematica dei mutanti come “emarginati sociali”, per quanto inscritta nel dna dei personaggi, appare un po’ troppo logora e inflazionata, poiché ha ormai svolto un ruolo basilare in tutti i film degli X-Men; ne consegue l’ennesima riproposizione di alcune dinamiche già note (il contrasto morale tra Xavier e Magneto, la diffidenza degli umani, lo sfruttamento dei mutanti come cavie) che non rinfrescano l’approccio narrativo di Singer, ma piuttosto tendono a rimarcarlo, collocando il film al vertice di quel percorso tematico che ha avuto inizio nel primo episodio della saga, e che ora può ritenersi – speriamo – concluso.

Più originale è invece la funzione di Wolverine, il cui ruolo è paradossale: proprio lui, il più combattivo e istintivo tra gli X-Men, stavolta non partecipa quasi mai all’azione, ma si limita a guidare e ispirare l’operato del giovane Xavier, intervenendo saltuariamente per sciogliere alcuni nodi dell’intreccio. Si deve a lui, ad esempio, l’introduzione del velocissimo Pietro Maximoff alias Quicksilver, i cui diritti cinematografici sono condivisi dalla Fox e dai Marvel Studios, e infatti apparirà – con il volto di un altro attore, Aaron Johnson – anche in Avengers: Age of Ultron.

Peccato però che, al di là dell’azione, la maggior parte dei mutanti siano caratterizzati soltanto dai loro poteri, e vengano ridotti a figure mute sullo sfondo (soprattutto quelli “nuovi”, come la stessa Blink, Sunspot e Warpath)

Interpretato da quell’Evan Peters che molti ricorderanno per American Horror Story, Quicksilver è protagonista di una delle scene migliori del film in termini di creatività visiva: una corsa iperveloce nelle cucine del Pentagono, mentre gli avversari si muovono (dal suo punto di vista) al rallentatore, in un trionfo di ottima CGI. E non è poco, se consideriamo le carenze tecniche di alcuni capitoli precedenti, in particolare X-Men Le origini: Wolverine e X-Men: L’inizio. La ricostituzione del vecchio status quo – utile per porre rimedio agli errori del passato – conferma il reboot della saga, che ora può ripartire da zero e concentrare l’attenzione sul suo prossimo futuro. Anche perché, come scoprirete se avrete la pazienza di aspettare fino alla fine dei titoli di coda, nell’orizzonte degli X-Men riecheggiano le trombe dell’Apocalisse.

di Lorenzo Pedrazzi
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