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Recensione Silenzio in sala
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Aria è una bambina di 9 anni, sballottata di continuo tra i due genitori in rotta. Lui è un attore popolare e strafamoso, lei un’artista dilettante ma volenterosa, pianista wanna-be dalla vita sentimentale piuttosto sbandata e aperta alle più disparate relazioni extra-coniugali, dal musicista punk al cafone brizzolato.

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Voto Silenzio in Sala: 3.0/5
Voto utenti: 3/5

La bambina si sente incompresa, da tutti: dai genitori e dalle sorellastre, da un mondo familiare che non riesce a ripagarla con l’amore che lei desidererebbe. Sta bene solo con la sua migliore amica, ma anche il loro rapporto sarà messo a dura prova dalla sua diversità. Aria scrive temi luminosi e bellissimi per la sua età, ha un animo candido e fragile e un carattere travolgente votato all’autonomia e all’anomalia. Ragion per cui si ritrova spesso in totale solitudine, con la sola compagnia di un gatto nero che trascina per le strade della città nelle sue infinite peregrinazioni da casa del padre a quella della madre.

Ingenua ma sincera al sommo grado, l’opera terza dell’attrice e regista Asia Argento è un film naif fino al midollo, nel quale la figlia d’arte rimodella la propria anima ribelle in un’ode alla bellezza dell’essere contro, dell’essere solitari e fanciulli per sempre. Lo sguardo della Argento è chiaramente avverso all’universo degli adulti, contro le superficialità di chi crede di sapere e di aver accumulato saggezza e sicurezza quando invece son proprio i più piccoli, spesso, a raggiungere la purezza intima delle cose con la loro visione incontaminata della realtà. Un’idea di base abbastanza semplice declinata in un affresco in miniatura affettuoso e sgargiante, vintage per ragioni di filologia cronologica rispetto all’infanzia della stessa regista (siamo negli anni ’80) e animato da uno spirito punk, oltre che orgogliosamente femminile. Asia esagera, calca la mano sull’arredamento d’interni spingendolo alle soglie della compiaciuta estasi cromatica, eccede sia col rosa che col nero (non solo colori, ma anche categorie dell’umore), col candore e con un’oscurità scenografica un po’ paillettata, producendo forse più limiti e semplificazioni che sequenze memorabili.

Eppure, al di là dei dubbi, è un film che vien voglia di difendere per l’urgenza personale e gracile di un’operetta acida e realizzata con un entusiasmo prepotente, col cuore in mano e la sana volontà di guardarsi allo specchio in una sorta di biografia reinventata in forma truffautiana, non importa fino a che punto votata alla perifrasi rispetto alla reale esperienza di vita di Asia (il dettaglio pruriginoso da rotocalco in questa sede è escluso, e il piacere di sapere se di autobiografia fino in fondo si tratta o meno spetta solo alla regista e ai suoi celebri genitori effettivi, Dario Argento e Daria Nicolodi).

Aria scrive temi luminosi e bellissimi per la sua età, ha un animo candido e fragile e un carattere travolgente votato all’autonomia e all’anomalia

Le cadute del film si originano soprattutto dalla generosità con la quale la regista si espone, dalla completa assenza di anticorpi con la quale si presentavano al mondo anche due opere grezze e slabbrate come Ingannevole è il cuore più di ogni cosa e Scarlet Diva. Incompresa, rispetto questi due titoli, è meno sbalestrato e più scritto in senso tradizionale, più coeso e in bella posa, perfino più illustrato e ricercato. Compatto e dolce, in definitiva, come l’amore richiesto dalla piccola Aria. Le improvvise accensioni della Argento, degne del talento umorale ed elettrico di un’antidiva trasgressiva come la provoca(t)trice Asia, sono dunque ben più interessanti di ogni patina glamourous derivante dalla granulosità dell’immagine o da altri ammennicoli esteriori, come in romanzo di formazione al femminile mellifluo o e dalle tinte pastello ma messo in note dalla voce di una PJ Harvey o di una Patti Smith.

Grande colonna sonora, a proposito, siglata tra gli altri da Brian Molko dei Placebo, che trova un vertice assoluto nell’incendiaria Kill Myself firmata Il Y A Volkswagens. Fascinoso il mimetismo della Gainsbourg, e sublime (in termine di trash) Gabriel Garko che prende in giro se stesso in qualità di cane e il suo stereotipo di attore televisivo a dir poco tremendo, in un cortocircuito ironico chissà quanto cercato e voluto.

di Davide Stanzione
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