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Roma, Anni di Piombo. Tra intrighi politici, interessi sotterranei e un imposto clima di terrore, i N.A.R (Nuclei Armati Rivoluzionari) - guidati da Alverio Fiori (Giuseppe Maggio) e Antonella de Campo (Marika Frassino), nomi fittizi dei celebri leader del movimento, Valerio Fioravanti e Francesca Mambro – organizzano attentati e azioni violente che trovano rifugio e appoggio nell’ambiente di estrema destra.

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Quando però il gruppo terroristico solleva l’attenzione degli ambienti di potere, il suo agire criminoso si intreccia con la politica, la malavita e gli altri gruppi eversivi, in un crescendo di violenza che sfogherà nella strage alla stazione di Bologna, il 2 agosto 1980.

Approdato dalla televisione al cinema, il regista Giorgio Molteni – collaborando con Daniele Santamaria Maurizio – porta per la prima volta sul grande schermo le oscure figure di Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, membri di punta dei N.A.R. condannati per la strage che a Bologna, il 2 agosto 1980, costò la vita a 85 persone e provocò 200 feriti. I due dichiarati protagonisti del terrorismo nero, finora mai stati oggetto di un racconto cinematografico, costituiscono il fulcro di Bologna 2 agosto... I giorni della collera. Prima ancora di ammetterne le evidenti debolezze, va lodato il coraggio dei registi nel cimentarsi con un tema che sempre, sebbene affascini gli autori, li costringe con i suoi misteri e le cronache irrisolte a condizionamenti e a una limitazione nella libertà di racconto. Il film di Molteni e Santamaria Maurizio vuole soprattutto narrare la vicenda di un gruppo di attivisti di estrema destra che, dopo essersi dissociati dall'MSI, fonda il gruppo armato N.A.R. (Nuclei Armati Rivoluzionari), protagonista di una lunga serie di attentati efferati, più o meno simbolici.

Quando però il gruppo terroristico solleva l’attenzione degli ambienti di potere, il suo agire criminoso si intreccia con la politica, la malavita e gli altri gruppi eversivi, in un crescendo di violenza che sfogherà nella strage alla stazione di Bologna, il 2 agosto 1980

Identificate all’inizio come singole azioni violente, la stampa e la politica iniziano presto a riconoscere nell’operato criminoso dei N.A.R. un agire sovversivo al quale solo in seguito verrà riconosciuta la sua natura antidemocratica e fascista. Attraverso i due personaggi di Alverio Fiori e Antonella de Campo la pellicola mette in luce i rapporti del terrorismo nero con l’estrema Destra romana, con la criminalità organizzata, con i giochi della politica attraverso i servizi segreti e la Loggia massonica P2, sfociati nella strage di Bologna del 2 agosto.

Con precisione quasi documentaria, Giorgio Molteni e Daniele Santamaria Maurizio provano a ricostruire la cronaca diventata storia, i rapporti di potere, l’intreccio dei personaggi e il climax di violenza che ha condotto a Bologna ma, nonostante l’ambiziosa sceneggiatura del giornalista Fernando Felli, il risultato - storicamente approfondito - risulta comunque troppo compromesso da uno stile registico televisivo e retorico. Sebbene anche l’impegno tecnico profuso sia notevole (soprattutto per una produzione italiana), nel cast di attori – tra Martina Colombari e Lorenzo Flaherty, tutti più o meno inadeguatamente provenienti dalla fiction - e nei dialoghi banali e didascalici, Bologna 2 agosto… I giorni della collera mostra tutte le sue pecche.

Se inoltre, rispetto ad autori come Giordana o Bellocchio, la non appartenenza dei due di registi ad un cinema “militante” di interesse politico avrebbe potuto costituire ingrediente favorevole alla creazione di un film magari non del tutto accurato storicamente, ma almeno dotato del ritmo e del pathos degno di un action (il materiale nella storia contemporanea italiana non manca di certo), nel desiderio di rendere conto di una pellicola precisa e ambiziosa, i registi si concentrano sulla cronaca dimenticando il coinvolgimento del pubblico. Inciampando sia in un’ingenua raffigurazione del mondo criminale (scivoloni degni dei poliziotteschi anni ’70) sia in una retorica inconsistente, la coppia di registi finisce per generare una pellicola rilevante ma priva di uno sguardo, se non artistico, almeno personale sui fatti raccontati.

di Aurora Tamigio
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