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Recensione Silenzio in sala
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Caden Cotard (Philip Seymour Hoffman) è un regista teatrale in crisi. Convinto di dover realizzare il proprio capolavoro prima di morire, investe il denaro di un importante premio nella messa in scena di uno spettacolo imponente che ha per soggetto la sua stessa vita.

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Voto Silenzio in Sala: 3.5/5
Voto utenti: 3/5

Nella follia della creazione, tra le ossessioni e le molte donne che popolano la sua esistenza, il regista intraprende un’impresa mastodontica destinata a non finire mai.

La sineddoche è la figura retorica della sostituzione. La parte per il tutto, l’autore per l’opera, il singolare per il plurale, il determinato per l’indistinto e viceversa. La grande impresa teatrale che Caden Cotard si prefigge di mettere in scena ha in sé tutto questo, oltre al bilancio di un vita che il regista sente precariamente appesa a pochissime certezze: un male incurabile e un’intera esistenza di donne, arte e autoanalisi. Gli ingredienti perfetti, per una grande opera madre. Dopo aver curato le sceneggiature per Spike Jonze in Il ladro di orchidee e Essere John Malkovich e per Michel Gondry nel meraviglioso Eternal Sunshine of Spotless Mind, Charlie Kaufman approda alla regia con un esordio datato 2008, arrivato nelle sale italiane con sei anni di ritardo in veste di lascito artistico dell'attore protagonista, Philip Seymour Hoffman, morto a New York lo scorso febbraio 2014. L’autore che ha offerto la penna ad alcuni degli script più brillanti dell’ultimo decennio, firma con Synechdoche, New York una pellicola intricata di rimandi psicanalitici e di citazioni cinematografiche che vanno da Fellini a David Lynch. Di partenza, infatti, c’è la storia di un regista in crisi che finisce per dirigere (o forse no) un’opera sulla sua intera vita e che lo avvince a tal punto da fargli dimenticare il pubblico, gli attori e persino l’arte stessa.

La parte per il tutto, l’autore per l’opera, il singolare per il plurale, il determinato per l’indistinto e viceversa

Nel mezzo, ci sono le ossessioni di un autore in crisi esistenziale che Seymour Hoffman interpreta con verità (chi meglio di lui, dopo essere stato Truman Capote?) stagliandosi su sfondi surreali e decadenti, in una rappresentazione indimenticabile di egocentrismo maschile, prima ancora che artistico. Cotard ha successo, donne - una migliore dell’altra le interpretazioni femminili del film, da Catherine Keener a Samantha Morton passando per Michelle Williams - e un manuale di compulsioni psichiche che ne fanno da un lato un affascinante personaggio felliniano, dall’altro un divertente inetto alleniano, sicuramente un inquietante protagonista tutto novecentesco.

Sin dal titolo - che gioca con l’assonanza tra la figura retorica e la cittadina in cui la vicenda è ambientata, Shenectady - l’intero film di Kaufman riflette sul tema del doppio e della sostituzione, sul terrore del protagonista di non essere unico, sul timore di un artista di essere dimenticato, sul bisogno di avere sempre a fianco una donna che ne rimpiazzi un’altra, sulla riproduzione della realtà nella finzione della scena. La straniante vicenda di un uomo incapace di prendere in mano la propria vita, che pure si mette alla regia di una pièce che ha la stessa per soggetto, offre a Charlie Kaufman lo spunto per argomentare tematiche finora solo su carta: come in una sintesi finale ritornano in Synechdoche, New York motivi come quello della creazione e manipolazione di un proprio doppio (attoriale soprattutto), l’autobiografismo, il ricordo come rifugio salvifico. Finalmente libero dai vincoli posti dalla collaborazione con altri autori - dall’ottimismo di Jonze come dal romanticismo di Gondry - Kaufman si rivela più nichilista da regista che da sceneggiatore.

Non solo la grigia ambientazione newyorkese - con i suoi spazi angusti e labirintici o confusamente estesi - ma anche il protagonista goffo e la perenne atmosfera ansiogena che permea l’intera pellicola fanno di Synechdoche, New York un film definitivamente distruttivo. Un’opera prima e irripetibile, complicato manifesto di incertezza artistica, che nonostante tutto risulta determinante a chiarimento di una carriera istrionica come quella del suo autore.

di Aurora Tamigio
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