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Recensione Silenzio in sala
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1769. Un capitano della Marina Reale Britannica decide di riconoscere la figlia mulatta e di condurla con sé in Inghilterra per affidarla allo zio, il ricco Lord Mansfield (Tom Wilkinson), così da assicurarle una vita nobile e agiata.

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Voto Silenzio in Sala: 2.5/5
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Didone Elizabeth Belle Lindsay (Gugu Mbatha-Raw) cresce così nella ricchezza, tra l’amicizia della cugina Elizabeth e l’astio di Lady Mansfield (Emily Watson), con il permesso di frequentare l’alta società ma non di esservi inserita, a causa del colore della sua pelle. Sarà solo attraverso l’amore che Dido troverà il coraggio, nella conservatrice Inghilterra, per battersi e cambiare la propria condizione.

Non è proprio cappa e spada, ma il melodramma in costume di Amma Asante ha tutta la dignità del romanzo a puntate. Dominata dai temi della narrativa britannica sette-ottocentesca - con tanto di orfanelle dal cuore d’oro, ufficiali valorosi, ostili “matrigne”, storie d’amore contrastate e grandiosi lieto fine – la pellicola romantica e sfarzosa della regista londinese (ma di origini ghanesi) ricorda solo da lontano le atmosfere de L'età dell'innocenza, con una trama molto più pudica e timorosa che tiene a mente Jane Austen, prima di ogni altro modello. Tratto da una storia vera, La ragazza del dipinto è infatti un film che – più o meno volontariamente – perde lungo il cammino molta della fascinazione della storia originaria, dotata a dire il vero di una buona dose di scabrosità di temi e di una trama anticonvenzionale, in favore di un romance delicato che intreccia alle convenzioni sociali, lievissime venature antirazziali e uno sfondo storico di accennata denuncia dei secoli di schiavitù britannica.

Per quanto il dipinto che dà il titolo alla versione italiana del film finisca in realtà per diventare nello script un dettaglio trascurabile, esso rende simbolicamente molto bene l’immagine rigida, statica e vezzosa in cui la pellicola della Asante imprigiona una trama - solo apparentemente - carica di contenuti. La storia che il dipinto del film racconta è una vicenda appassionante fino a sfiorare la leggenda, l’idea mitica che una giovane donna mulatta possa in qualche modo avere contribuito all’abolizione della schiavitù nel Regno Unito.

Non è proprio cappa e spada, ma il melodramma in costume di [Amma Asante] ha tutta la dignità del romanzo a puntate

Tuttavia, per formazione e intenzioni, Amma Asante riduce la storia di Dido a un dramma di tono austeniano, dove una protagonista affascinante si trova schiacciata in storielle di doti, matrimoni che non si devono fare, amicizie femminili. Malgrado le sfarzose scenografie e i pomposi costumi hollywoodiani, La ragazza del dipinto è non tanto un film che cavalca l’onda dell’orgoglio nero che ha investito il cinema nell’ultimo anno (da Django a The Butler fino a 12 anni schiavo) quanto piuttosto un altro, educato e addomesticato, prodotto del melò sentimentale inglese.

di Aurora Tamigio
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