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Recensione Silenzio in sala
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Günther Bachmann (Philip Seymour Hoffman) è un agente dell'unità antiterrorismo tedesca: cinico, alcolizzato e depresso, l'uomo aspetta di riscattare il proprio passato. L'occasione gli è offerta dal caso di Issa Karpov (Grigoriy Dobrygin), un ceceno arrivato ad Amburgo per recuperare il denaro di suo padre, feroce criminale di guerra.

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Voto Silenzio in Sala: 3.0/5
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Per scoprire se il giovane russo è implicato con i piani terrostici, Bachmann si troverà a collaborare con l'avvocato Annabel Richter (Rachel McAdams), il losco banchiere Tommy Brue (William Dafoe) e con l'affascinante agente della CIA Marta Sullivan (Robin Wright).

Se la scomparsa di Philip Seymour Hoffman ha fatto molto male al cinema, a beneficiarne è stato piuttosto l'hype che sta dietro a ognuno dei tre lavori postumi dell'attore. Come già era successo dopo il 2008 con la morte dell'istrionico Heath Ledger, i manifesti riportano trionfanti la frase “L'ultimo film di Philip Seymour Hoffman” offuscando, sotto il velo commerciale, il carattere sempre più dark delle sue interpretazioni. Ma a Hollywood - si sa - il cinema è vita e mentre l'esistenza dell'interprete di Truman Capote si faceva sempre più solitaria, si intricavano anche i nodi dei suoi ultimi personaggi. Uomini sconfitti, inetti per predestinazione, che hanno ricevuto l'ultimo volto cupo dell'attore, il suo corpo piegato e le sue mani nervose. Günther Bachmann è il più compulsivo dei protagonisti mai affidati a Philip Seymour Hoffman. Ancora di più della sua prova nel complesso Syneddoche New York, il protagonista di A Most Wanted Man comunica le ossessioni di una psiche controversa e, tra sigarette e volgari intercalari, aleggia attorno al suo personaggio un amaro presagio.

Quello di Anton Corbijn è un film classico, una spy story saldamente impiantata su modelli hitchockiani, tratta da un bestseller - il romanzo di John Le Carré - adattato al cinema dallo sceneggiatore australiano Andrew Bovell. Un thriller psicologico/comportamentale calato in un clima di tensione che lo spettatore riconosce essere quello che precede l'11 settembre, prima cioè che la paura (in parte indotta) del terrorismo totale diventi timore bellico.

Come già era successo dopo il 2008 con la morte dell'istrionico [Heath Ledger], i manifesti riportano trionfanti la frase “L'ultimo film di Philip Seymour Hoffman” offuscando, sotto il velo commerciale, il carattere sempre più dark delle sue interpretazioni

Sebbene il soggetto del film sia qualcosa di già ampiamente visto al cinema, la narrazione segue una traccia salda che sembra però portare più il merito della penna di Le Carrè che quella del sodalizio regista-sceneggiatore. Visivamente grigio (e non solo per la fotografia terrosa con cui è raffigurata Amburgo), A Most Wanted Man è un film che resta troppo e troppo a lungo fermo sui suoi primi passi - quelli cioè che la trama percorre durante la prima metà - dimenticandosi che un thriller non può contare solo sulla caratterizzazione dei personaggi ma necessita, prima o poi, di momenti action o almeno di snodi importanti. La trasposizione dalla carta allo schermo viene diretta da Corbijn eccessivamente sotto le righe, in assoluto contrasto non solo con la storia raccontata – un vero susseguirsi di colpi di scena – ma anche con l'esplosione di interpreti che il regista aveva a disposizione. Oltre a un eccezionale protagonista, il volto di cera di William Defoe, il fascino magnetico di Robin Wright, la grinta di Rachel McAdams e la coerenza di Nina Hoss e Grigoriy Dobrygin.

Anton Corbijn, dopo il già poco coinvolgente The American (2010), si conferma un regista al confronto della cui glacialità artistica persino la frigida Amburgo appare tiepida. Il suo è un film arguto e intrigante ma forse davvero troppo pervaso di malinconia.

di Aurora Tamigio
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