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Interstellar Recensione


Interstellar Recensione

Recensione Silenzio in sala
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La fortuna cinematografica della space opera è certamente legata a un’epoca di maggior entusiasmo per l’esplorazione spaziale, quando la conquista del cosmo – seppur limitata all’orbita terrestre e al nostro satellite naturale, la Luna – era terreno di battaglia per il primato scientifico-tecnologico di Stati Uniti e Unione Sovietica, i cui rapidi progressi lasciavano presagire sviluppi clamorosi per il futuro dell’umanità. Il successivo clima di disincanto, in parte causato dalla predilezione per le missioni automatizzate su quelle umane, ha notevolmente affievolito la sua fiamma nei decenni più recenti, anche se film come Sunshine, Moon, Europa Report e Gravity sembrano aver rilanciato questo prezioso sottogenere verso orizzonti vecchi e nuovi, al punto che le sale italiane si ritrovano a ospitare contemporaneamente due produzioni riconducibili a tale immaginario: Guardiani della Galassia, da un lato, ne rappresenta l’anima avventurosa e picaresca, figlia di Flash Gordon e Guerre stellari, Buck Rogers e Firefly, che lavora sulla qualità estrosa dei personaggi e sulla valorizzazione del patrimonio fantastico; mentre Interstellar, dall’altro, ne incarna l’ideale esplorativo-meditativo, dove l’itinerario spaziale si fa emblema del superamento dei limiti umani, sul modello di Ikarie XB-1, 2001: Odissea nello spazio e Solaris.

Il viaggio oltre l’infinito è sempre stato contemplato come un’opportunità di emancipazione per la civiltà umana, e Christopher Nolan si attiene intelligentemente a questo retaggio immaginifico.

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Voto Silenzio in Sala: 4.5/5
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Eppure, la sua base di partenza è proprio la disillusione sopracitata: in un mondo che fatica a produrre cibo perché una devastante “piaga” sta sterminando tutte le coltivazioni della Terra, le nazioni devono preoccuparsi della mera sopravvivenza, e i programmi spaziali (come gli eserciti, la tecnologia di consumo e altre realtà estranee ai bisogni primari) non esistono più; le università, inoltre, godono di risorse limitate, gli studi accademici sono penalizzati in favore dell’agricoltura, e le istituzioni scolastiche rinnegano le missioni Apollo in quanto mere strategie di spionaggio volte a indebolire l'URSS. Di fronte all’oscurantismo dilagante di questo mondo in rovina, coperto da una polvere fortemente simbolica, Nolan rivendica la legittimità del “sogno” e la fiducia nel progresso, nonché quel diritto a “seguir virtute a canoscenza” di cui parlava l’Ulisse dantesco. Interstellar si rivela così come il suo film più positivista: l’ignoto è terrificante, certo, ma l’avanzamento scientifico, la tecnologia e l’esperienza possono disinnescare la paura, tracciando un sentiero luminoso che si proietta nel wormhole verso una galassia lontana, dove trovare un altro pianeta abitabile. Nolan, però, è anche un umanista, e allora scopriamo che in Interstellar il trascendente non ha nulla di divino o sovrasensibile, ma si risolve in noi stessi, nelle nostre potenzialità come specie. Siamo lontani dall’enigma metafisico di Kubrick e Tarkovskij, o dall’eterea impalpabilità di Malick: Nolan non concede spazio all’interpretazione del pubblico, non lascia nulla in sospeso (contrariamente a ciò che fece con la trottola di Inception), ma risolve il suo stesso rompicapo con la precisione meccanica di un orologiaio, riportando ordine nel caos attraverso il raziocinio. L’effetto collaterale di questo approccio è la semplificazione di alcuni passaggi narrativi, unita all’inevitabile didascalismo delle spiegazioni che, soprattutto nel finale, pagano pegno alla complessità della materia. Al contempo, però, non si può negare la sua abilità nella costruzione del racconto, che sfrutta la metonimia e la struttura circolare per garantire coerenza all’avventura di Cooper, il pilota interpretato da Matthew McConaughey.

Nolan non concede spazio all’interpretazione del pubblico, non lascia nulla in sospeso (contrariamente a ciò che fece con la trottola di Inception), ma risolve il suo stesso rompicapo con la precisione meccanica di un orologiaio, riportando ordine nel caos attraverso il raziocinio.

L’epica del viaggio intergalattico trova eco nella potenza invasiva delle musiche di Hans Zimmer, ed è sorretta da un apparato visuale raffinato e sontuoso che si esprime al meglio nella rappresentazione di buchi neri e wormhole, dove Nolan dimostra la sua preferenza per la speculazione scientifica rispetto alle tentazioni del delirio allucinato.

Il suo maggior pregio risiede nell'ambizione – non pienamente soddisfatta, ma davvero meritoria – di rendere concepibile un insieme di teorie che spesso risultano inscindibili dalla loro natura astratta, mettendole in pratica e "svelandole" attraverso una trama strutturata, concreta, dove tali concetti si ripercuotono sulle scelte e sulle vite dei protagonisti. Pur rischiando di banalizzarne la portata, Nolan rende fruibili distanze che sarebbero troppo grandi per essere immaginate da una mente "profana", e mette in scena le singolarità spazio-temporali di una missione che ha le sembianze dell'utopia; anche per questo motivo, oltre che per l'ovvio contesto finzionale in cui si svolge la storia, non ha senso criticare le eventuali inesattezze scientifiche del film: Interstellar flirta con la fantascienza hard, l'ammira e ne resta affascinato, ma non rientra nelle sue dinamiche. Ciò che racconta è il contrasto fra priorità personali e universali (salvare l'umanità o tornare da propria figlia?), mentre le implicazioni di alcuni topoi fantascientifici (il futuro morente, il viaggio spaziale, la colonizzazione di pianeti lontani) risultano indispensabili per l'avvio e la successiva risoluzione del dramma.

Più efficace nei momenti di tensione (anche grazie all’impiego del montaggio alternato) che in quelli di distensione (affidati al robot TARS, “umanizzato” tramite un pessimo senso dell’umorismo), Interstellar cela inoltre un sorprendente slancio emotivo che lo rende il più “caldo” tra i film del regista inglese. Stavolta i legami affettivi non sono un semplice strumento per innescare l’azione, bensì la chiave per comprendere e risolvere l’enigma: l’amore, filtrato dalla razionalità tipica di Nolan, diventa una forza quantificabile che trascende lo spazio e il tempo, genera paradossi e chiude il cerchio della narrazione.

Il sentimento si trasfigura e oggettivizza in un piano condiviso, una quinta dimensione dove le generazioni s’incontrano e i piani temporali s’intersecano, seguendo il pianto e la rabbia di una figlia che vuole solo riavere suo padre. Il nucleo del film è rintracciabile proprio in questo dialogo tra interno ed esterno, tra l’intimità dell’individuo e l’immensità del cosmo. Come la forza gravitazionale attira i corpi verso un centro di attrazione, così l’amore esercita il suo potere a livello inconscio, riverberandosi oltre l’infinito: l’insperata sintesi tra ragione ed emozione, per quanto fantasiosa, non poteva realizzarsi che qui.

di Lorenzo Pedrazzi
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Commenti

Vito302 | 11:50 17/01/16

Bravo Lorenzo, bellissima recensione! Forse il più ambizioso e complesso tra i film di Nolan, e dunque il più ostico da assimilare se non si conoscono le teorie scientifiche di partenza del fisico Kip Thorne. Con Interstellar Nolan si eleva ai mostri sacri della settima arte (Kurbick, Tarkovskij) pur tenendo fede al suo spettro emotivo: l'amore è scoperta, ricerca, forza. Ma soprattuto, l'amore è sopravvivenza.

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