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Recensione Silenzio in sala
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Un uomo viene trovato morto a pochi chilometri dal confine con l'Arizona. È senza documenti e quindi senza identità.

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L'unico segno caratteristico è la scritta Dayani Cristal tatuata sul petto. Comincia da qui la fervida ricerca delle autorità per ricongiungere il cadavere alla sua famiglia - sempre ammesso che ne abbia una - ridargli un nome e permettergli di avere degna sepoltura.

Sono 200 le persone che ogni anno perdono la vita nel tentativo di superare il confine tra il Messico e l'Arizona, nella remota speranza di ottenere una fetta del celebre Sogno Americano. Succede sempre più spesso che in questo viaggio della speranza si muoia, soprattutto da quando il governo statunitense ha applicato politiche restrittive per la regolazione del flusso migratorio. I burocrati della diplomazia di confine hanno presto compreso che questo assurdo giro di vite ha soltanto la conseguenza di spezzare inutilmente delle esistenze e di favorire il malaffare dei trafficanti di clandestini. Dietro a ogni mucchio d'ossa e in ogni cadavere che giace assiderato nel deserto c'è una storia che forse nessun ente diplomatico riuscirà mai a ricostruire; ci sono mariti, mogli, figli e figlie che non potranno mai ricongiungersi ai propri cari.

Gael García Bernal è da sempre attivista per le cause di natura civile e umanitaria, come dimostra anche la sua carriera di attore, nella quale hanno trovato spazio ruoli di grande impatto politico e sociale, a partire dalla sua prima interpretazione nel celeberrimo film I diari della motocicletta sino a esperienze più mature come No - I giorni dell'arcobaleno. In questa nuova sfida di tipo documentaristico il giovane interprete messicano sembra essere interessato a mettere in luce una situazione tragicamente destinata a non avere mai fine. Proprio in questa totale assenza d'interesse delle istituzioni si giustifica l'esigenza cinematografica di ripercorrere la strada di un migrante verso gli Stati Uniti.

Sono 200 le persone che ogni anno perdono la vita nel tentativo di superare il confine tra il Messico e l'Arizona, nella remota speranza di ottenere una fetta del celebre Sogno Americano

Nella duplice veste di regista (assieme a Marc Silver) e di attore, Bernal mostra una straordinaria rettitudine ideologica nell'indagare come si svolgano i viaggi dei clandestini, a volte costretti a tentare l'impresa più di una volta prima di raggiungere la meta o l'inevitabile fallimento causato dalla morte. Tutto potrebbe succedere sul camion dei contrabbandieri, sulle zattere, sul tetto di un treno, nel deserto ed è là che allora Bernal sente di dover andare. Mentre scorrono le testimonianze di chi cerca di dare un nome alle vittime invisibili di una guerra sordidamente nata nelle viscere del capitalismo industriale e mentre i familiari piangono la perdita dei loro cari, l'attore messicano compie un grande viaggio - lo stesso compiuto da Dayani Cristal - per condividere il destino dei migranti con i suoi spettatori. Grazie alla misurata scrittura dello sceneggiatore Mark Monroe, la formula ibrida che racchiude intervista e ricostruzione crea un documentario potente che raggiunge le coscienze e che ha infatti trionfato al Sundance Film Festival 2013.

di Giulia Colella
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