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Recensione Silenzio in sala
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Per volontà della BBC e del rinnovamento affidato al capo sceneggiatore Russell T. Davies, Doctor Who diviene nel 2005 la punta di diamante dell'emittente televisiva britannica.

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Voto Silenzio in Sala: 3.5/5
Voto utenti: 3/5

Il nuovo corso, pur mantenendone i cliché, differisce notevolmente dal format originale in bianco e nero e dalle sue costanti evoluzioni pop. Citando Marcel Proust: «dell'universo abbiamo solo visioni informi, frammentate, che completiamo con associazioni di idee arbitrarie, creatrici di suggestioni pericolose». Come prodotto del suo tempo, la serie ideata da un team di sceneggiatori della BBC con a capo Sydney Newman – andata in onda ininterrottamente dal 1963 al 1989, poi ripresa nel 1996 con un film tv, senza contare i vari spin-off – rifletteva le paure, i limiti culturali e le fantasie di quel periodo storico (la Guerra Fredda, il sessismo, l'allunaggio del '69) e questo riavvio firmato da Davies ne prosegue la tradizione, con l'aggiunta – non da poco per un prodotto sci-fi – delle moderne tecnologie in ambito compositing e visual effects.

La prima stagione si apre con l'incontro tra il nono Dottore (Christopher Eccleston) e la bella Rose Tyler (Billie Piper), impegnata a fuggire da un gruppo di manichini violenti. Nel costante girovagare tra passato e presente per mezzo del Tardis (macchina del tempo a forma di cabina del telefono blu, molto usata dalla polizia britannica negli anni '60), tra guerre nucleari, navi spaziali precipitate sulla Terra e tentativi di diffusione di virus, il Dottore e Rose dovranno cercare in tutti i modi di salvare l’Universo da terribili nemici. Vecchie e nuove conoscenze metteranno a dura prova l'etica comportamentale del Dottore.

Può un alieno in grado di viaggiare nel tempo preoccuparsi del benessere del nostro mondo? E per quale motivo dovrebbe farlo? Il messaggio è sfacciatamente emotivo e antirazzista. Il nono dottore, anche grazie al temperamento di Christopher Eccleston, punta sulla profondità delle relazioni tra i personaggi e sul concetto di intrattenimento visionario con picchi di irresistibile autoironia.

Come prodotto del suo tempo, la serie ideata da un team di sceneggiatori della BBC con a capo [Sydney Newman] – andata in onda ininterrottamente dal 1963 al 1989, poi ripresa nel 1996 con un film tv, senza contare i vari spin-off – rifletteva le paure, i limiti culturali e le fantasie di quel periodo storico (la Guerra Fredda, il sessismo, l'allunaggio del '69) e questo riavvio firmato da Davies ne prosegue la tradizione, con l'aggiunta – non da poco per un prodotto sci-fi – delle moderne tecnologie in ambito compositing e visual effects

Ogni episodio diverte e stimola la riflessione nei confronti di argomenti quali la manipolazione culturale da parte dei media (The Long Game), la deriva pericolosa degli show televisivi (Padroni dell'Universo), il diritto di dare e togliere la vita (Città esplosiva) e le influenze economiche delle nanotecnologie (Il bambino vuoto). Poco male dunque se la tecnica digitale risente dello sviluppo tecnologico, con effetti speciali così posticci da sembrare obsoleti o se il make-up - in particolare in alcune sequenze ravvicinate – fa risaltare le protesi dei costumi alieni attentando alla già critica sospensione dell'incredulità. Non si mette in dubbio neppure la strategia di Davies in merito alla scelta dei nemici (si può dire vincente l'idea di affidare a dei manichini l'esordio televisivo?), perché così facendo tradiremmo lo spirito avveniristico e fanciullesco della serie. Doctor Who oltre ad infondere una sana dose di ottimismo - contaminato generalmente dalle brutture della vita - dialoga per metafore e risponde in modo originale (e personale) a domande ataviche non pretendendo di fornire soluzioni assolute o scientifiche.

L'esistenza della vita extraterrestre (La fine del mondo) come strumento per misurare la diversità (Alieni a Londra) o la capacità di controllare eventi che sono al di fuori dalla nostra portata (Il padre di Rose) sono solo alcuni esempi pratici. Doctor Who concede la possibilità a chiunque, indipendentemente dall'età e dall'attaccamento al genere, di aprire la mente e di viaggiare senza preconcetti. Lasciarsi andare è la chiave per comprendere pienamente il retaggio culturale del Dottore ed entrare in punta di piedi nell'anima del Tardis.

di Vito Sugameli
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