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Recensione Silenzio in sala
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Nel 1987, all’età di trent’anni e ancora lontano dallo status di rockstar, Nick Cave redige il proprio testamento, destinando tutto il suo denaro – non molto all’epoca – all’istituzione del Nick Cave Memorial Museum. All’incirca venticinque anni dopo, durante le riprese del documentario che lo vede protagonista, il musicista ride di quelle buffe disposizioni in compagnia del personale del suo archivio.

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Voto Silenzio in Sala: 4.0/5
Voto utenti: 3/5

Qui, Cave si confida con il proprio psicoterapeuta rivelando di essere terrorizzato dalla possibilità di perdere la memoria «because memory is what we are, you know, and I think that your very soul and your very reason to be alive is tied up in memory». 20,000 Days on Earth sembra partire proprio da qui.

Scritto da Iain Forsyth e Jane Pollard, insieme allo stesso Nick Cave, il documentario ha più che il gusto dolceamaro di un bilancio di mezza età, la potenza di un grido lanciato con forza nel silenzio. È la ribellione del musicista australiano alle tenaglie del tempo, che tutto stringono e distruggono. Una storia che Cave racconta «to keep the story from dissolving into darkness». Rappresentata sullo schermo c'è un'intera giornata, dal risveglio a fianco della moglie Susie fino a sera, quando Nick siede sul divano a guardare Scarface insieme ai suoi bambini. Racchiusi entro questi due estremi, i diversi momenti si intersecano senza soluzione di continuità: ci sono le sessioni di scrittura e registrazione di Push the Sky Away, quindicesimo album dei Bad Seeds; c’è un pranzo a base di anguilla nella suggestiva casa del compagno di band Warren Ellis – insieme al quale Cave ricorda Nina Simone e il suo chewing-gum – e, ancora, una lunga seduta dallo psicoterapeuta. Il tutto, sotto il cielo mutevole di una Brighton scorta dal finestrino dell’automobile, mentre lo stesso Nick Cave guida in compagnia di passeggeri singolari come l’attore Ray Winstone, Blixa Bargeld degli Einstürzende Neubauten o la popstar Kylie Minogue.

Scritto da [Iain Forsyth] e [Jane Pollard], insieme allo stesso Nick Cave, il documentario ha più che il gusto dolceamaro di un bilancio di mezza età, la potenza di un grido lanciato con forza nel silenzio

Non possono mancare infine i concerti, primo tra tutti quello del 2014 al KOKO di Londra, durante il quale Cave canta «Can you feel my heartbeat?» appoggiandosi al petto la mano di una fan visibilmente commossa.

Nella dimensione live, l’ansia di trasformazione che sembrare muovere instancabilmente l’animo del musicista trova finalmente riposo. Quando l’amico Ray Winstone gli chiede se gli piaccia ancora esibirsi dal vivo, Cave risponde senza alcuna esitazione: «I live for it». I registi Iain Forsyth e Jane Pollard, che avevano già collaborato con Cave alla realizzazione del videoclip del brano Dig, Lazarus, Dig!!!, allestiscono per questo docu-drama una serie di situazioni accuratamente studiate, all’interno delle quali però lasciano il musicista libero di muoversi a proprio piacimento.

Due binari corrono paralleli: da una parte il consueto “a day in the life”; dall’altra il percorso di un brano, seguito dalla nascita alla crescita in studio, fino all’apoteosi del concerto. La vita privata del musicista resta nascosta quasi per l’intera durata del film, ma quando passa in primo piano viene presentata con note di toccante poesia. Come quando Cave rievoca il suo primo incontro con Susie in una sala del Victoria and Albert Museum a Londra. 20,000 Days on Earth non si propone di rivelare al pubblico il lato nascosto della personalità di Nick Cave ma vuole al contrario preservarne il mostro e custodirne i tratti semplici e potenti che sul palco ne fanno una divinità. Un ritratto del mito, più che dell’uomo, che sa essere incredibilmente intimo e coinvolgente.

di Caterina Bogno
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