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Recensione Silenzio in sala
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Massimo (Alessandro Cattelan) e Giulia (Alessandra Mastronardi) sono due giovani innamoratissimi, provenienti da estrazioni sociali diverse. La Vigilia diventa l'importante occasione in cui presentare il compagno ai rispettivi genitori.

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Voto Silenzio in Sala: 2.0/5
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Così Giulia porta Massimo a conoscere la famiglia, un folto plotone di campagnoli burini, nella campagna laziale. La serata trascorrerà tra pietanze discutibili, grappe caserecce e commensali sgradevoli. I parenti di Massimo sono invece imprenditori abbienti che vivono in una villa sterminata e lussuosa. Se il primo gruppo fa giochi grossolani, i secondi intrattengono i bambini con lezioni di catechismo; nella prima casa si scaldano con il fuoco, l'altra ha personale a servizio.

Ogni maledetto Natale è l'immancabile e rituale pellicola che in Italia riempie i cinema sotto le Feste e strappa tante risate a chi di solito al cinema non va. Sarebbe molto facile, banale e poco interessante discutere di quanto questo lungometraggio sia scontato, tanto da risultare un perfetto campione del suo genere. Marco Giallini, Valerio Mastandrea, Francesco Pannofino, i Guzzanti...il meglio che il cinema italiano ha da offrire per un film talmente esile e irrilevante che la sensazione dominante è quella di una grande fatica sprecata.

I parenti di Massimo sono invece imprenditori abbienti che vivono in una villa sterminata e lussuosa

Lo stesso cast di attori, infatti, si sdoppia e interpreta entrambi i nuclei familiari - fatti di caratteri contrapposti - dando vita a una trama insulsa, situazioni puerili e battute squallide. Spiace sinceramente vedere la squadra di Boris, una fra le più argute serie tv italiane, che per tre stagioni era stata capace di un prodotto davvero di livello, regredire e interpretare proprio i ruoli di quel cinema che veniva così bene preso in giro. Un mostro sacro come Corrado Guzzanti indossa la livrea e recita nel ruolo del cuoco filippino sempre sorridente e servile, sua sorella Caterina fa la voce stridula come ai tempi in cui interpretava la ragazzina ricca e viziata Orsetta Orsini Curva della Cisa. Mastandrea, in preda a deliri mistici, lavora nettamente al di sotto delle proprie potenzialità.

In questa tendenza alla recitazione sopra le righe, anche attori per lo più drammatici come Laura Morante sono ridotti a macchiette, diventando ombre di loro stessi e, proprio come nella finzione Giulia e Massimo, si trovano incastrati in una condizione imbarazzante.

La morale del film non valeva certo questo dispendio di talenti, soldi e tempo dello spettatore. Nel cinema natalizio, l'insegnamento è sempre lo stesso: al di là delle incomprensioni, delle lamentele e delle stranezze, la famiglia resta un pilastro imprescindibile e un rifugio sicuro. L'amore è l'elisir per qualsiasi problematica, differenza sociale o ostacolo. La somma di queste due verità generano un film ibrido ed evitabile, che non arriva alla grettezza del cinepanettone ma neanche lontanamente porta con sé l'eredità della commedia all'italiana. Eppure film come Ogni maledetto Natale a molti piacciono: funzionano, intrattengono, distraggono. Il pubblico ricambia con slancio al botteghino e attori e produzione ringraziano replicando, ogni (maledetto) anno con la stessa ricetta. Eppure, anche un genere scanzonato come la commedia può essere fonte di opere ottime e c'è ancora qualcuno – anche in Italia – che chiede a Babbo Natale un film in cui attori, sceneggiatori e registi si sforzino di realizzare un prodotto che valga, dimostrando che la qualità può essere regola e non l'eccezione. Chissà che magari, l'anno prossimo, questa speranza non venga soddisfatta.

di Costanza Gaia
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