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Big Eyes Recensione


Big Eyes Recensione

Recensione Silenzio in sala
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Non è difficile individuare un territorio comune fra Margaret Keane e Tim Burton, soprattutto per chi conosce il passato, le attitudini e le idiosincrasie del regista di Burbank. Entrambi artisti autodidatti e naif, visceralmente legati alle proprie creaturine indifese, Tim e Margaret hanno conosciuto la notorietà dietro una maschera alquanto ingombrante, che per la pittrice ha assunto le fattezze del marito Walter Keane, mentre per Burton quelle del suo primo committente, la Disney, dove trascorse un periodo poco felice della sua carriera di illustratore.

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Voto Silenzio in Sala: 3.5/5
Voto utenti: 3/5

Eppure, nonostante l’affetto personale che Burton nutre per lei, Big Eyes non si limita a raccontare la storia di una donna che fu defraudata dei meriti delle sue opere, vittima della propria arrendevolezza e del sessismo imperante negli anni Cinquanta, ma incapsula questa vicenda in un quadro culturale molto preciso: per la gioia di ogni studente mcluhaniano, i dipinti di Margaret Keane traggono giovamento dai vantaggi della riproducibilità tecnica, e Walter (falso artista, ciarlatano, ma ottimo imprenditore di se stesso) anticipa Andy Warhol nella serializzazione delle opere d’arte, spalancando le porte a un mercato tutto nuovo, più popolare e meno elitario; un mercato che, però, non supera la sua allergia per la figura femminile in quanto autrice («La gente non compra opere d’arte realizzate da donne»), così come la società rifiuta di riconoscere alla donna il potere di determinare la propria sorte, indipendentemente dal matrimonio.

I tristi occhioni disegnati da Margaret sono l’iterazione perpetua del medesimo soggetto, con trascurabili variazioni di genere, accessori o sfondo, e “parlano” alla gente dell’epoca – il cui gusto si sta già uniformando sotto l’egida della televisione – in modo ben più comprensibile rispetto all’arte astratta o concettuale che affolla le gallerie di San Francisco. Ne deriva una frattura insanabile tra pubblico e critica (quest’ultima impersonata dal John Canaday di Terence Stamp) che si concretizza sia nella differente percezione delle opere – toccanti per l’uomo della strada, stucchevoli per gli addetti ai lavori – sia nelle nuove modalità di diffusione e commercializzazione delle stesse: l’arte abbandona la sfera dell’eccezionalità per entrare nelle case americane sottoforma di cartoline, poster o gadget illustrati, concedendosi inoltre alle lusinghe del marketing più volgare e spudorato. Bisogna dire che Scott Alexander e Larry Karaszewski, sceneggiatori di Ed Wood, provano una certa simpatia per le intuizioni pionieristiche di Walter, ed è forse per questo che il loro script relega lo scontro decisivo con Margaret in un epilogo sin troppo sbrigativo, tagliato bruscamente sulle immancabili note biografiche finali (seppure all’interno di un copione che, per il resto, non eccede in didascalismi, e non dimentica di sostenere le ragioni della donna).

Certo, si tratta di un biopic un po’ scolastico, realizzato con mestiere, ma senza vertici di grande brillantezza. È arduo cogliere la mano di Burton in un film perennemente illuminato dalla luce del giorno, avulso da deliri immaginativi, se non nelle piccole scene in cui Margaret vede il riflesso dei suoi occhioni grotteschi – così simili ai pupazzi in stop motion delle opere burtoniane – sui volti che popolano un supermercato, sintomo della frustrazione che la tormenta. La regia è invisibile, discreta, votata a valorizzare le performance degli attori, ma anche a comporre alcune inquadrature di notevole qualità geometrica, lavorando sulla prospettiva per calare i protagonisti nel loro ambiente storico-sociale. In questo scenario, la classe di Amy Adams riesce a bilanciare l’esuberanza macchiettistica di Christoph Waltz, il cui personaggio compensa la mancanza di estro con spiccate doti da imbonitore. Big Eyes, proprio in virtù di tale dualismo, risale alla genesi di un fenomeno molto contemporaneo che definisce la ricerca del successo come un percorso esclusivamente autoreferenziale, privo di meriti creativi o tantomeno artistici: nella dicotomia tra Margaret e Walter si coagulano tutte le contraddizioni più sconfortanti della società dello spettacolo, dove l’arte di vendersi ha più risonanza del talento e l’immediatezza della rappresentazione non richiede mai lo sforzo cognitivo del pubblico, ma predilige un’espressività superficiale, semplice da decifrare e altrettanto rapida da dimenticare.

Ne deriva una frattura insanabile tra pubblico e critica (quest’ultima impersonata dal John Canaday di [Terence Stamp]) che si concretizza sia nella differente percezione delle opere – toccanti per l’uomo della strada, stucchevoli per gli addetti ai lavori – sia nelle nuove modalità di diffusione e commercializzazione delle stesse: l’arte abbandona la sfera dell’eccezionalità per entrare nelle case americane sottoforma di cartoline, poster o gadget illustrati, concedendosi inoltre alle lusinghe del marketing più volgare e spudorato

di Lorenzo Pedrazzi
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