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American Sniper Recensione


American Sniper Recensione

Recensione Silenzio in sala
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Il texano Chris Kyle (Bradley Cooper) abbandona il rodeo e la caccia per arruolarsi nei Navy Seal al servizio degli Stati Uniti. Sin da bambino ha un talento per il tiro e una mira formidabile così, dopo aver superato il duro addestramento dei corpi speciali, Chris diventa cecchino.

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Voto Silenzio in Sala: 2.5/5
Voto utenti: 3/5

Dal 2003 viene inviato in Iraq dove in sei anni, quattro turni e mille giorni al fronte - di cui sua moglie Taya (Sienna Miller) e i suoi figli patiscono ogni istante - diventa “La Leggenda”: il più micidiale cecchino della storia militare americana. Ma proprio mentre la guerra impazza, i fantasmi dei compagni morti e i traumi delle battaglie più feroci iniziano ad affollare la mente di Chris disturbandola al punto da renderlo sempre meno invincibile.

La storia cinematografica hollywoodiana segue il passo delle guerre statunitensi: i due conflitti mondiali, il ferocissimo Vietnam, il Golfo e - da qualche anno - l’Afghanistan e l’Iraq. Quest’ultimo - dopo Redacted, Nella Valle di Elah e The Hurt Locker - è diventato la nuova condizione tragica americana, il luogo il cui uomini più o meno consapevoli vengono gettati a combattere contro un nemico non sempre visibile e identificato. Clint Eastwood, dopo aver tinto di sentimentalismo punti di vista opposti e complementari della Seconda Guerra Mondiale, non rinuncia a firmare la vera storia di Chris “La Leggenda” Kyle con una retorica così pesante e rumorosa che neanche lo strepitare dei fucili riesce a coprire.

Che piaccia o no l’esaltazione del valore militarista, American Sniper poteva essere davvero un film epico. Una storia ilidiaca che racconta una guerra lunga e dolorosa, combattuta sul campo come nell’anima del protagonista. Tratto dall’autobiografia di Chris Kyle, Eastwood racconta l’eroe americano dell’ultimo decennio: centosessanta vittime accertate nei ben quattro turni affrontati in Iraq; un soldato che - nonostante una famiglia ad attenderlo a casa - ha servito l’esercito in molti modi, fino al triste epilogo.

In un sistema di valori da “Bibbia e Fucile” uomini paranoici e incapaci di ammettere le proprie responsabilità a un medico come alla propria moglie, sono consapevoli del pericolo che corrono in battaglia ma non di quello - ben più letale - che li attende al ritorno a casa, quando fanno i conti con il rumore della propria mente e dei propri pensieri ricoperti di orrore e morte.

Capitato quasi per caso dinnanzi alla sceneggiatura di Jason Hall, Clint Eastwood si è sentito - dopo il gran rifiuto di Steven Spielberg - il regista giusto a dirigere la storia del cowboy che diventò il più letale cecchino americano.

Dall’ “addestramento” familiare - tra le metafore del padre al sistema di valori texano - per tutta un’intera vita di rinunce, pericoli e abnegazione, la Gloria è per Chris Kyle quasi un incidente. Eppure è stata proprio la sua tragica fine a convincere Eastwood, più appassionato alla guerra interiore che a quella sui campi. Il tormento dell’eroe, il suo impossibile nostos, la tragedia che tuona dentro di lui: American Sniper nascondeva ambizioni che andavano oltre all’ennesimo racconto bellico ambientato in Iraq, ma che la scadente sceneggiatura consente a malapena di scorgere. Già a partire dall’incipit, con le sue discutibili scelte temporali, il film non funziona e si arena nel suo corso in banalità di ogni sorta - dalle motivazioni che spingono Chris a entrare nei letali Seals al conflitto con la moglie (una piagnucolosa Sienna Miller) - fino a perdersi del tutto nel dramma psicologico.

Nonostante le sequenze belliche siano piuttosto ben fatte, la guerra irachena - che dovrebbe essere soggetto e oggetto del dramma - diventa in realtà un racconto unidirezionale di pochissima profondità, che non si interroga minimamente sul Bene e sul Male (come da ripetuta formula del film). Il protagonista, un eroe in cui lo spettatore - nonostante le sue incongruenze e colpe - crede e di cui fino in fondo attende pazientemente la redenzione, è un personaggio la cui caratterizzazione lascia molto a desiderare. Il soldato ritratto in American Sniper, sia esso protagonista o comprimario, è un uomo semplice e incapace di affrontare i propri demoni. In un sistema di valori da “Bibbia e Fucile” uomini paranoici e incapaci di ammettere le proprie responsabilità a un medico come alla propria moglie, sono consapevoli del pericolo che corrono in battaglia ma non di quello - ben più letale - che li attende al ritorno a casa, quando fanno i conti con il rumore della propria mente e dei propri pensieri ricoperti di orrore e morte. Forse American Sniper (soprattutto per la distribuzione statunitense) era davvero un soggetto che meritava la luce del cinema ma - nonostante la pretestuosità delle sequenze finali, tratte dai veri funerali del Cecchino D’America - nel film di Clint Eastwood, a parte la prova di Bradley Cooper, c’è ben poco da omaggiare.

di Aurora Tamigio
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Clint Eastwood ha sempre fatto film di guerra, ma questo è il suo primo film che racconta cosa succede DOPO la guerra. E per questo è più crudo e tosto. Sono d'accordo che sia un po' retorico, ma non lo trovo banale. Gli Stati Uniti sono retorici quando si parla di guerra, quindi un po' di retorica serve per fare capire il loro fanatismo. Sono d'accordo che il finale poteva essere evitato. La s

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