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Recensione Silenzio in sala
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Mark (Channing Tatum) e David (Mark Ruffalo) Shultz sono due campioni americani di lotta libera. Fratelli, nel 1984 vincono entrambi l'oro alle Olimpiadi di Los Angeles, continuando da quel momento ad allenarsi insieme.

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Voto Silenzio in Sala: 3.5/5
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Quando il miliardario John du Pont (Steve Carrell) – erede di una delle più ricche e potenti famiglie americane – invita Mark alla propria magione con il progetto di fondare con lui una squadra di lottatori che tenga alto il nome del wrestling americano alle imminenti Olimpiadi di Seoul, l’atleta accetta la proposta, allettato non soltanto dal consistente cachet che gli viene offerto ma anche dalla possibilità di uscire una volta per tutte dall’ombra del fratello maggiore, per cominciare davvero a splendere di luce propria. Nasce così il Team Foxcatcher, che con il proprio nome omaggia la tenuta della famiglia Du Pont, sulla quale troneggia l’algida figura della dispotica madre di John (Vanessa Redgrave). Du Pont dedica tutte le proprie risorse – mentali e, soprattutto, materiali – alla squadra e a Mark in particolare, proiettando sul giovane e prestante lottatore le proprie aspirazioni frustrate. Il ragazzo, a sua volta, trova in lui la figura paterna che non aveva conosciuto durante l’infanzia, nonostante i tentativi del premuroso fratello di fargli da guida. Ben presto però l'instabilità del miliardario (e il suo attaccamento morboso a Mark) finisce per ripercuotersi sull’atleta, compromettendone rapidamente la preparazione e rendendo la situazione sempre più critica.

Foxcatcher non è decisamente il solito film di argomento sportivo: non si tratta né di un diligente biopic, né della consueta storia di dedizione e rivalsa. Nonostante sia tratto dalla storia vera di due lottatori professionisti, Foxcatcher è «tutto cervello, niente muscoli» (per parafrasare una celebre espressione).

Du Pont dedica tutte le proprie risorse – mentali e, soprattutto, materiali – alla squadra e a Mark in particolare, proiettando sul giovane e prestante lottatore le proprie aspirazioni frustrate

Vero fulcro del film sono infatti le complesse dinamiche psicologiche che si instaurano tra i tre protagonisti, ritratte da Bennett Miller - con straordinaria sensibilità - in tutte le loro sfumature. C’è il rapporto di amore e odio tra Mark Shultz e John du Pont, mentore e tiranno; c’è la dipendenza affettiva di John nei confronti dell'anziana madre; c’è, soprattutto, il delicato legame tra i due fratelli, messo duramente alla prova. Miller racconta la solitudine di personaggi ciecamente chiusi nelle proprie ossessioni personali: dopo la vittoria e la gloria, in perfetto stile American dream, sceglie di ritrarre la loro vulnerabilità e le fragilità. È come se Foxcatcher mettesse intenzionalmente al centro tutto ciò che sta dietro la storia vera e propria: il film ha un andamento pacato e controllato, non si muove per grandi scene ma compie piccoli passi verso un crescendo emotivo sapientemente costruito senza che lo spettatore se ne avveda, finendo allo stesso tempo per sorprenderlo e confermarne le aspettative.

Tutto questo è reso possibile dalla presenza di un cast d’eccezione: da una parte Steve Carrell - candidato all’Oscar - dà vita a un John du Pont volubile e inquietante (non soltanto per merito delle lunghe sessioni di make up), dall'altra Channing Tatum si affranca dalla figura di sex-symbol o di eroe americano, occupando lo spazio scenico con la possanza di un goffo macigno in procinto di sgretolare se stesso e ciò che lo circonda. Spetta infine a Mark Ruffalo (candidato anch’esso all’Oscar) il compito di farsi ricettacolo di quell’umanità che sembra essersi congelata entro i confini della tenuta Foxcatcher.

di Caterina Bogno
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