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Recensione Silenzio in sala
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Dopo Non ti muovere (2004) e Venuto al mondo (2012), la coppia Castellitto-Mazzantini ritorna al cinema con Nessuno si salva da solo, nelle sale italiane a partire dal 5 marzo. L’attore e regista romano aveva cominciato a lavorare alla sceneggiatura insieme alla moglie a sei anni dall’uscita del romanzo (vincitore del Premio Campiello 2009), scritto da Margaret Mazzantini senza il progetto di convertirlo successivamente in un film.

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Voto Silenzio in Sala: 3.0/5
Voto utenti: 3/5

Sergio Castellitto racconta di aver aperto il libro a una pagina qualsiasi in un giorno come un altro di un anno fa, imbattendosi in queste parole: «L’errore era stato quello di pensare di poter trovare tutto in una persona». È da qui che nasce quello che, più che come un adattamento, si configura a tutti gli effetti come una riscrittura libera dal vincolo all’originale. Il doppio sguardo maschile e femminile di Castellitto e Mazzantini è senza dubbio congeniale alla storia raccontata dal film: Nessuno si salva da solo si propone infatti il compito – forse non originalissimo, ma non per questo meno arduo – di descrivere una coppia nel tempo difficile della crisi, esplorando con la macchina da presa il momento cruciale e delicato della fine dell’amore.

Delia (Jasmine Trinca) e Gaetano (Riccardo Scamarcio) si danno appuntamento al ristorante per spartirsi i due figli nel corso delle imminenti vacanze estive. Lei ha severamente raccolto all’indietro i capelli, lui ha sulla faccia un sorriso bonario pronto a lasciar spazio al più feroce sarcasmo. In un tempo ancora vicino, ma avvertito ormai come irreparabilmente lontano, i due erano stati uniti da una passione – inutile dirlo – travolgente. Un grande amore li aveva violentemente spinti l’uno verso l’altra, nell’urgenza di trovare in quella nuova vita condivisa un porto sicuro dove lasciar riposare i rispettivi demoni.

Il doppio sguardo maschile e femminile di Castellitto e Mazzantini è senza dubbio congeniale alla storia raccontata dal film: si propone infatti il compito – forse non originalissimo, ma non per questo meno arduo – di descrivere una coppia nel tempo difficile della crisi, esplorando con la macchina da presa il momento cruciale e delicato della fine dell’amore

Adesso è tutto diverso e quell’elegante ristorante diventa il luogo delle recriminazioni, delle domande, del rimorso. Sul tavolo, tra cibi e bevande, trova posto il loro stesso amore, pronto per essere freddamente dissezionato. Impossibile allora non chiedersi come sarebbe stato se fossero riusciti a resistere. Resistere allo scorrere del tempo, ai conti e alle bollette.

Ma, soprattutto, resistere al doloroso venir meno delle proprie aspirazioni. Sopravvivere alla raggelante consapevolezza di non essere speciali ma di essere proprio come tutti gli altri. O, peggio, di somigliare spaventosamente ai propri genitori. È la «generazione dei calcinacci»: cresciuta tra il crollo del muro di Berlino e quello delle Torri Gemelle, piena di sogni e di desideri ma priva dei mezzi necessari per concretizzarli.

La lunga cena di Delia e Gaetano è la colonna portante dell’intera pellicola; un ritornello destinato a ripetersi e ripetersi come un film nel film, al quale si fa sempre ritorno e dal quale ci si muove per esplorare attraverso numerosi flashback la storia di due persone che si sono amate e che, forse, non si amano più. Assistiamo così al loro primo incontro, quando Gaetano era un aspirante cineasta che non vedeva l’ora di scrollarsi di dosso una famiglia fin troppo affettuosa e Delia faceva la nutrizionista per superare un traumatico passato di anoressia. Li guardiamo fare l’amore: un amore ora tumultuoso e prepotente, ora dolce e accorto. Siamo al loro fianco durante la nascita di Cosmo e Nicola, ma anche nel corso di tutte le liti feroci, delle rotture e dei tradimenti. Nessuno si salva da solo conferisce una dimensione magnifica a una storia comune, attraverso il ricorso a un’impostazione decisamente teatrale, che pone al centro dialoghi esplosivi nei quali i due attori danno il meglio di sé. Malgrado ciò, il ritmo sempre serrato non dà sufficiente respiro allo spettatore, che patisce il susseguirsi senza tregua di scene madri. Alcune scelte si rivelano infatti eccessivamente “cinematografiche”, finendo così per risultare inutilmente enfatiche. Limiti come questi non sono tuttavia di portata tale da oscurare le qualità che fanno di Nessuno si salva da solo un film schietto e sincero.

di Caterina Bogno
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