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Mystic River Recensione


Mystic River Recensione

Recensione Silenzio in sala
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Clint Eastwood dirige Sean Penn, Tim Robbins e Kevin Bacon in un thriller avvincente ad alto contenuto psicologico. La solida amicizia di tre ragazzini è bruscamente stravolta quando Dave, uno di loro, viene rapito e fatto oggetto di un’inaudita violenza sessuale.

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I destini di Jimmy (Sean Penn), Sean (Kevin Bacon) e Dave (Tim Robbins) si intrecciano fatalmente molti anni più tardi, da adulti, per via dell’efferato omicidio di Katy, la figlia maggiore di Sean, commerciante ed ex carcerato. Sarà proprio Sean a indagare sul caso, insieme al sergente Whitey Powers (Laurence Fishburne). Il film si dispiega su due sottili livelli di lettura: da un lato, si svolge la ricerca dell’assassino di Katy; dall’altro, è indagato il trauma psicologico di chi, come Dave, guerreggia contro gli scheletri del passato.

Una grammatica complessa, semplificata però da un cast ideale, perfettamente concepito. Non per nulla il film riceve due Oscar, il primo per il migliore attore protagonista, Sean Penn, il secondo per il migliore attore non protagonista, Tim Robbins. Si tratta di ruoli estremamente complessi, recitati impeccabilmente. L’ex carcerato Jimmy è un padre consumato dal dolore, in cerca di vendetta; Dave è un uomo psicologicamente lacerato e metaforicamente già morto. Ucciso venticinque anni prima, soffocato proprio come quel nome (“Dave”, il suo) che non finì di scrivere sul cemento fresco, quando due lupi mangiabambini dal volto umano lo strapparono brutalmente all’infanzia.

Il film si dispiega su due sottili livelli di lettura: da un lato, si svolge la ricerca dell’assassino di Katy; dall’altro, è indagato il trauma psicologico di chi, come Dave, guerreggia contro gli scheletri del passato

Occhio cinico ne Gli spietati e fotoreporter innamorato ne I ponti di Madison County, in Mystic river Eastwood adopera una regia introspettiva che mostra consapevolmente il lato tenebroso dell’esistenza.

La narrazione filmica, caliginosa e sospesa, a tratti diventa prudentemente fiabesca. Il Mystic, uno dei fiumi che attraversano Boston, nel film diventa scrigno di oscuri segreti, occhio vigile che tutto scruta e tutto perdona. Ritroviamo nel film l’attenta analisi interiore dei protagonisti.

La macchina da presa talvolta pare tendere un agguato e, nascosta, non rivela nemmeno un indizio, se non all’inizio e alla fine della narrazione. Merita un cenno la centralità che Eastwood attribuisce alla “parola”: parola come rivelazione, parola come soluzione di tutto. Mystic river, tratto dal romanzo La morte non dimentica di Dennis Lehane, si traduce in una acuta riflessione sul legame che unisce il caso all’agire umano: ogni azione, impulso o decisione incidono profondamente nella vita di ogni individuo. Gli errori commessi e le ombre del passato tornano sempre, inevitabilmente, a tormentare e punire.

di Alessia Bertolino
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