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Mia madre Recensione


Mia madre Recensione

Recensione Silenzio in sala
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A cinque anni di distanza da Habemus Papam, esce al cinema il 16 aprile il dodicesimo film di Nanni Moretti: Mia madre, un dramma borghese che si sviluppa all’interno dello spazio tipicamente morettiano della famiglia, per raccontare la morte di una madre attraverso gli occhi dei suoi due figli. Se con La stanza del figlio (2001) il regista esorcizzava il timore della perdita in chiave preventiva, con quest'opera più recente Moretti racconta invece un passaggio complesso e delicato che ha effettivamente vissuto, prendendo le mosse dal nocciolo fondamentale della propria esperienza di figlio chiamato a fare i conti con un doloroso e sofferto distacco.

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Voto Silenzio in Sala: 4.0/5
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Margherita (Margherita Buy) è una regista engagée alle prese con un film “sociale” (una fabbrica che chiude, i licenziamenti, le proteste degli operai ) interpretato dal noto attore americano Barry Huggins (John Turturro) nel ruolo del protagonista. Lontano dal set, Margherita è una madre che fatica a comunicare con la figlia adolescente (Beatrice Mancini); è un’amante che tronca relazioni con la stessa facilità con la quale interrompe un take insoddisfacente al grido di «Stop!»; è, ancora e soprattutto, una figlia costretta insieme al fratello Giovanni (Nanni Moretti) ad affrontare la malattia della propria madre (Giulia Lazzarini). Mentre Giovanni, preciso e controllato, sceglie di prendere un periodo di aspettativa per potersi occupare a tempo pieno della madre, Margherita continua a lavorare cercando con fatica di tenere insieme tutto. Così facendo, quando è in ospedale finisce con il preoccuparsi per il set, mentre durante la conferenza stampa del suo film si trova completamente assorbita dal pensiero della madre. La donna sente sulle spalle il peso schiacciante di una dolorosa inadeguatezza, diventando un’inedita declinazione al femminile del personaggio al quale Nanni Moretti ha abituato il proprio pubblico nel corso degli anni.

«Ma perché continuo a ripetere le stesse cose da anni? Tutti pensano che io sia capace di capire quello che succede, di interpretare la realtà…ma io non capisco più niente»: è con queste parole – pronunciate tra sé e sé – che Margherita descrive un senso di insufficienza che la paralizza. La protagonista di Mia madre si fa portavoce degli oppressi, denuncia con il proprio film gli squilibri e le ingiustizie sociali, ma ben presto si rende amaramente conto di lavorare a un cinema vuoto e retorico, oltre che terribilmente brutto.

Mentre Giovanni, preciso e controllato, sceglie di prendere un periodo di aspettativa per potersi occupare a tempo pieno della madre, Margherita continua a lavorare cercando con fatica di tenere insieme tutto

Un cinema che, in fondo, non la riguarda davvero. Nanni Moretti continua a esplorare – forse in modo ancora più marcato rispetto al passato – quella dimensione onirica che da sempre rappresenta una componente importante del suo cinema, confondendo lo spettatore in un continuo gioco di specchi tra realtà, sogno e ricordo: componenti, queste, che agiscono contemporaneamente nella mente di Margherita, spingendola a interrogarsi su stessa in una continua auto-analisi. Come avviene in quella scena sognante che vede la donna camminare accanto a una coda di persone che attendono di entrare al Cinema Capranichetta, mentre la voce di Giovanni la incita a cambiare – «Margherita fai qualcosa di nuovo, di diverso. Dai, rompi almeno un tuo schema, uno su duecento!» – e quella di Leonard Cohen, in sottofondo, canta: «The last time we saw you looked so much older / Your famous blue raincoat was torn at the shoulder».



Mia madre è anche un’appassionata riflessione metacinematografica sul rapporto tra realtà e finzione: non a caso inizia con la (brutta) scena di un corteo operaio che cerca di entrare in una fabbrica...Passano alcuni minuti prima che ci sia concesso tirare un sospiro di sollievo, accorgendoci che quel grigio realismo di fabbrica non rappresenta una nuova vena morettiana ma soltanto un film nel film. In questo modo, tuttavia, il regista riesce a delineare un contrasto efficacissimo tra un cinema che non ha più nulla da dire e la situazione dolorosa e delicata vissuta dalla protagonista ogni volta che, la sera, abbandona il set per recarsi in ospedale. E alla fine è proprio questo ciò che conta davvero, come se Moretti volesse idealmente affermare – almeno per il momento – la superiorità di una narrazione privata su quella sociale. Mia madre è un film sincero e spietato come il suo stesso titolo: secco, forte, va dritto al punto di una relazione viscerale che accompagna i protagonisti dalla loro nascita al momento in cui, diventati adulti, si scontrano con l’ineludibile e dolorosa necessità di dire addio alla madre; un addio che è un congedare anche una parte di se stessi, un separarsi dalla propria memoria. Nanni Moretti offre una riflessione schietta e onesta che restituisce tutti i passaggi di un momento tanto complesso con la precisione e la complessità di chi l’ha vissuto e, forse, ne sente ancora sulle spalle il peso. Una riflessione che commuove e tocca intimamente lo spettatore.

di Caterina Bogno
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