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Calvario Recensione


Calvario Recensione

Recensione Silenzio in sala
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Calvario, scritto e diretto dall’irlandese John Michael McDonagh, è uno di quei rari film benedetti da uno spunto narrativo perfetto, sviluppato con coerenza e solidità dai titoli di testa a quelli di coda. All’interno di una piccola chiesa, in un’isola dell’Irlanda nordoccidentale, Padre James (Brendan Gleeson) è pronto ad ascoltare le confessioni dei suoi fedeli.

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Voto Silenzio in Sala: 4.0/5
Voto utenti: 3/5

Un uomo – la cui identità è celata dalla grata che lo nasconde alla vista del confessore – gli confida i terribili abusi subìti tra i sette e i dodici anni da parte di un prete. La sua voce e nient’altro che un primo piano frontale di Padre James: il turbamento, il dispiacere, il dolore dipingono il suo volto man mano che il racconto procede. L’angoscia e lo sgomento lo colgono quando quest’uomo misterioso gli annuncia il progetto di ucciderlo la domenica successiva. A poco, infatti, gioverebbe vendicarsi uccidendo un cattivo prete. Uccidere un buon prete: questo sì che sarebbe d’effetto. «Io la ucciderò padre. Io la ucciderò perché lei non ha fatto niente di male.

L’angoscia e lo sgomento lo colgono quando quest’uomo misterioso gli annuncia il progetto di ucciderlo la domenica successiva

Io la ucciderò perché lei è innocente»: suona così la sentenza, razionale e spietata, che condanna Padre James. Eppure il parroco non viene meno al compito che gli spetta: prosegue la sua vita di sempre, nascondendo dentro di sé il terribile fardello che lo opprime.

Accompagnando Padre James nelle sue visite quotidiane, lo spettatore penetra – lentamente ma profondamente – nel cuore pulsante della sua comunità. Ecco allora una donna lussuriosa e sfacciata che ama essere picchiata dal proprio amante; un vecchio scrittore pronto a spararsi alla testa quando avrà capito che la sua ora sarà giunta; un aristocratico solitario e sprezzante; un ispettore di polizia con un amante giovane e aitante; un medico cinico e sadico; un serial killer psicopatico: peccatori impenitenti che, proprio attraverso il peccato e la colpa, rimarcano il proprio viscerale attaccamento alla vita.

Ma la vita è indissolubilmente intrecciata alla morte. Nel corso dei sette giorni che lo separano dalla propria personale resa dei conti, Padre James incontra anche quest’ultima: essa ha le fattezze di sua figlia Fiona (Kelly Reilly), venuta da Londra a trovarlo con i polsi segnati dalle cicatrici di chi ha fatto «il classico errore». La morte è negli occhi di una giovane francese che si è vista strappare via il proprio amato in un insensato incidente d’auto. Soltanto la bellezza scabra delle scogliere d’Irlanda sembra allora capace di lenire il dolore e di restituire respiro all’animo schiacciato.

Con un impianto chiaramente circolare, Calvario ci conduce con grazia e delicatezza attraverso una vicenda dolorosa che assume valenze allegoriche e universali. Mentre Gesù risale il pendio del Golgota, Padre James scivola da un giorno all’altro nella sua personale Via Crucis, in una settimana santa al contrario. Novello Cristo, egli ha assunto su di sé i peccati di un altro uomo, i peccati di tutta un’umanità gretta e meschina, che soltanto il sacrificio può redimere. Se una Kelly Reilly in stato di grazia dà vita a una figura femminile di dolente bellezza, che va ben oltre l’immagine della figlia incasinata, Gleeson, dall’altra parte, attibuisce a Padre James uno spessore granitico nel quale nessuna sfumatura va persa: ironia, austerità e purezza convivono coerentemente nella medesima figura. I dialoghi perfetti, attraverso i quali questi e gli altri personaggi interagiscono, inducono il pubblico a riflettere sulla vita e sulla morte; a interrogarsi sulla natura dell’uomo, sul senso della colpa e del perdono. Sulla fede. Perché Calvario è, soprattutto, un film sulla fede. McDonagh non realizza, in fondo, un’opera volta a condannare le gravi colpe della Chiesa né, tantomeno, a mettere in luce la virtù dei suoi buoni ministri. Il regista irlandese, toccando picchi di intenso lirismo, parla di fede. E non importa se si tratta di fede in una religione, in una persona, nell’amore o nella vita stessa.

di Caterina Bogno
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