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Recensione Silenzio in sala
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Fresco di Oscar, Paolo Sorrentino ambienta il set del suo nuovo film (dedicato al regista Francesco Rosi) tra la Svizzera, l’Italia e l’Inghilterra, portando al 68esimo Festival di Cannes un’opera plurinarrativa al maschile, ma spogliata di qualsivoglia elemento di virilità. Di Youth - La Giovinezza sorprende un’ingombrante presenza femminile, nonostante siano poche le donne nel cast.

L’appuntamento è in un lussuoso hotel sulle Alpi, i cui ospiti, per lo più persone anziane, seguono un lungo percorso di terapie di benessere e remise en forme.

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A prima vista sembra quasi una casa di riposo a cinque stelle per artisti decadenti ma, non appena entriamo di più nella storia, ci rendiamo conto che non è così. Non c’è Jap, non c’è Cheyenne, non siamo travolti subito da caricature e spettacolo. Tutto è molto pulito, asettico, quasi clinico. Eccoli i personaggi maschili. Fred Ballinger (Michael Caine) è un celebre direttore d’orchestra che ha appeso al chiodo la sua bacchetta. Un emissario della regina d’Inghilterra in missione tenta invano di convincerlo a ritornare sul palco per dirigere ancora una volta un concerto, in occasione dell’anniversario del Principe. Mick (Harvey Keitel) è un famoso regista, rifugiatosi tra le Alpi col suo gruppo di sceneggiatori nel tentativo di concludere quello che definisce il suo film-testamento.

Non c’è Jap, non c’è Cheyenne, non siamo travolti subito da caricature e spettacolo

I due sono vecchi amici, scopriremo consuoceri. Tra chiacchiere sulla prostata, scommesse sugli anziani ospiti del resort e ricordi del passato, Fred e Mick sembrano una coppietta arzilla che passeggia lungo un lussuoso viale del tramonto. Ma parliamo di Sorrentino e niente è lineare, niente ha vita facile. Ai due co-protagonisti si aggiungono gli altri ospiti dell’albergo, i più "giovani": la figlia del compositore (Rachel Weisz), che ha problemi con il marito; un istruttore alpinista che cerca di conquistarla; un attore californiano in crisi (meraviglioso, immenso Paul Dano) perché ricordato solo per un ruolo del passato che lui odia; un Maradona ormai goffo e sovrappeso; una Miss Universo (Madalina Ghenea) solo apparentemente stupida.

Tutti i personaggi ruotano attorno al mondo dell’arte, attorno a una certa forma di “bellezza”. Ancora una volta i personaggi di Sorrentino sono delle celebrità, sono un pensiero superficiale che solo successivamente si fa simulacro di aforismi, di citazioni felliniane (, La città delle donne), di ossessioni e rapporti morbosi.

In questo surreale e incidentale confronto abbiamo generazioni che si scrutano. Il risultato è sorprendente: il presente, il futuro e il passato si rivelano solo una scusa, un inganno. A scorrere non è il tempo, a scorrere sono le emozioni: hanno a che fare con una strana euforia legata alla leggerezza, unica sensazione che rende davvero liberi e vivi. Tutto il resto è tempo sprecato, tanto da giovani quanto da vecchi. Così i personaggi sono interscambiabili e transitano gli uni negli altri, grazie a comuni idiosincrasie, perversioni e insicurezze. I due amici, Fred e Mick, hanno già esaudito il loro più grande desiderio artistico (Fred ha composto la sua opera più grande, Mick ha girato dei capolavori) ma non per questo si sentono arrivati. Fred ha come un’urgenza emotiva, che non è di tipo professionale, che non è la smania dell’amico Mick di realizzare l’ennesimo lavoro. La loro posizione antitetica si capovolgerà sul finale, in quella pace interiore che Fred conquisterà attraverso il ricongiungersi con l’arte e Mick nella definitiva rinuncia a essa. Youth - La Giovinezza parla di un’età che non è anagrafica. Giovinezza è ricerca costante di qualcosa da vivere, è elemosinare - come un mendicante - delle emozioni. Dopo l’Oscar, Paolo Sorrentino (al suo settimo lungometraggio, secondo internazionale) rischiava moltissimo. Tanti i punti di contatto di Youth con La Grande Bellezza e forse - anche per questo - il suo ultimo lavoro non piacerà a tutti, pur essendo più patinato, più pop e forse meno barocco. ll cast parla da solo (all’appello anche Jane Fonda, nei panni di una diva ormai vecchia per fare cinema), c’è la fotografia di Luca Bigazzi e la colonna sonora di David Lang. Youth è quel tipo di film che è questione di gusti, ma è quel tipo di cinema che sanno fare in pochi. Sembra quasi che il regista abbia voluto mettere un punto dopo l’Oscar e raccontare il suo senso artistico di smarrimento, il bisogno di esorcizzare le paure di un flop, le aspettative di tanti, il timore di invecchiare. Così - proprio come spiega nel film - attraverso la lente di un cannocchiale prende a volte le distanze dal passato, a volte le distanze dal futuro, scoprendo che "la giovinezza" non è tempo che passa. È sguardo. È un punto di vista. È il cinema di Paolo Sorrentino.  

di Valentina Pettinato
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