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Recensione Silenzio in sala
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Gianfranco Cabiddu ci guida in un'esplorazione a volo d'uccello dell'entroterra sardo. Procede fino a incontrare l'Agnata, in Gallura, solitario angolo campestre e fonte d'ispirazione di uno dei più grandi cantautori e poeti della scena italiana contemporanea: Fabrizio De André.

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Servendosi dei film d'archivio concessi dalla RAI, con foto e riprese di famiglia, il regista ripercorre e illustra il forte legame del cantautore genovese con quella vasta distesa di terra, vento e roccia, ciò che contribuisce a rendere l'Agnata il posto incantato che ancora oggi continua a essere. La volontà di abbandonare il palcoscenico, la costruzione dell'abitazione, la voglia di imparare a prendersi cura di terreno e bestiame. E poi, nel 1979, lo shock: il rapimento con riscatto insieme alla compagna Dori Ghezzi; l'indiscusso categorico rifiuto di abbandonare quel luogo felice, nonostante tutto.

Nella prima parte del film, Faber in Sardegna, Cabiddu parla di De André ma se ne distacca continuamente; lo sfiora, per poi crogiolarsi nei pietrosi paesaggi sardi della Gallura con in sottofondo le note inconfondibili della sua musica. Sono gli intervistati a parlare di Fabrizio: da Dori Ghezzi a Filippo Mariotti (l'amico fattore), da Renzo Piano - col quale progettò l'abitazione dell' Agnata - a Franco Maciocco, e ancora Don Salvatore Vico, Paola Scano, Tonina Puddu. Peccato che, nonostante la mole di materiale, la figura del cantautore - come anche le interviste, alcune delle quali praticamente incomprensibili per via del dialetto sardo - risulti sfuggente e poco approfondita. Toccanti, invece, le rivisitazioni dei testi più famosi di Faber da parte dei più importanti cantautori di oggi tra cui Teresa De Sio, Morgan, Ornella Vanoni, Danilo Rea e Cristiano De André. Quest'ultimo riesce, pizzicando sulle corde della chitarra, a evocare l'anima paterna.

E poi, nel 1979, lo shock: il rapimento con riscatto insieme alla compagna [Dori Ghezzi]; l'indiscusso categorico rifiuto di abbandonare quel luogo felice, nonostante tutto

La seconda parte del documentario, L'ultimo concerto di Fabrizio De Andrè, è un estratto del live svoltosi al Teatro Brancaccio di Roma nel 1998, poco prima della morte del cantautore. Senza intermezzi nè interventi estranei al concerto, la musica scorre indisturbata fino alla chiusura dello spettacolo, che coincide con la fine del film. Cabiddu pare aver scelto la strada più facile per mostrare la duttilità artistica di De Andrè: decide di usufruire di materiale "cotto e mangiato", già visto, già conosciuto. Il regista racconta, purtroppo, senza grande originalità, ciò che di De André resta: l'indimenticabile musica dai toni un po' medievali e un po' mediterranei, la sua semplicità nel raccontare le storie più scomode, la poesia, l'Agnata.

Il regista non ha saputo sfruttare la laurea conseguita in etnomusicologia - che poi ben si sposa con lo stile faberiano - e ha dato forma a un film trascurabile, se non fosse per il peso artistico e intellettuale di un mito ormai scomparso da sedici anni.

di Alessia Bertolino
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