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Recensione Silenzio in sala
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Per chi non se lo ricordasse Jamie Foxx è stato Django Unchained per Quentin Tarantino. Prima ancora, nel 2004, ha ricevuto la nomination all'Oscar per Collateral di Michael Mann e lo ha vinto con Ray di Taylor Hackford.

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Voto Silenzio in Sala: 2.0/5
Voto utenti: 3/5

Se siete suoi fan, fatevi un favore, restate ancorati a queste glorie e non andate a vedere Annie – La felicità è contagiosa. Tanta fatica per costruire, negli anni, una rispettabile carriera tra generi cinematografici popolari e differenti, per poi polverizzare tutto con una commedia sentimentale ordinaria, melensa e colma di buonismo. Tralasciando per un attimo l'urticante sottotitolo italiano, che ci crediate o no, Annie è ancora – nel 2015 – la storia di un avido uomo d'affari che si prende cura di un'orfanella e scopre con lei di avere un cuore d'oro. Dove lo avete già sentito? Ma dappertutto, da secoli a questa parte ormai.

Annie (Quvenzhané Wallis) è orfana ma non ha mai perso le speranze di ritrovare i suoi genitori: così, quando il ricco Benjamin Stacks (Jamie Foxx) - candidato sindaco di New York - la porta via dall'istituto in cui vive, vessata dalla terribile Miss Hannigan (Cameron Diaz), la bambina ritrova tutta la sua energia. E così Benjamin, per il quale adottarla era stata solo una trovata elettorale, si troverà a prendersi cura di lei.

A inizio Novecento la striscia Little Orphan Annie di Harold Gray spopolava sul Daily News al punto da diventare uno programma alla radio, di grande successo nell'America del New Deal. La vicenda della piccola orfanella è poi diventata un musical a Broadway, un film di John Huston del 1982 e infine uno show televisivo per la regia di Rob Marshall alla fine degli anni '90.

Tralasciando per un attimo l'urticante sottotitolo italiano, che ci crediate o no, è ancora – nel 2015 – la storia di un avido uomo d'affari che si prende cura di un'orfanella e scopre con lei di avere un cuore d'oro

Per farla breve, quella di Annie è una storia che ha quasi un secolo e – va detto – li dimostra tutti. Il tono dickensiano della vicenda, unito a una certa fede negli Stati Uniti delle speranze, la rende un soggetto fuori moda e del tutto già visto. Eppure, la parte peggiore di Annie non è la trama ma l'adattamento di Will Gluck: una favola che ha nel musical la sua principale ispirazione. Dietro l'operazione produttiva ci sono (inspiegabilmente) il rapper Jay-Z e Will Smith, ormai definitivamente intriso di sentimenti alla Muccino e lontano anni luce dall'irriverente Principe di Bel-Air.

E la storia, traslata negli USA di Obama, diventa black (fatta eccezione per il personaggio - dimenticabile - di Cameron Diaz). A parte questo dettaglio, l'operazione di Gluck non aggiunge niente né al cinema né al musical e nemmeno alla lunga storia del personaggio di Annie: le musiche – sebbene arrangiate - sono già note ai fan dell'opera teatrale, i personaggi restano quelli originali e il finale è così scontato da essere già insito nella sua sinossi. Non c'è rischio spoiler per un prodotto così obsoleto, fuori dal tempo e dallo spazio (è davvero New York quella sullo schermo?), privo di legami con l'attualità e di contenuti che non siano stereotipi. L'inefficace presenza del povero Jamie Foxx, a spalla di Quvenzhané Wallis, star di Re della Terra Selvaggia, fa dimenticare non solo i suoi thriller migliori e le prove vincenti, anche la riuscita parte nel musical Dreamgirls. Qui l'attore è inadatto persino come cantante e showman, umile compagno di scena di una bambina tutta vezzi e canzonette, che riesce a essere persino più irritante del piccolo Jade Smith de La ricerca della felicità. Rivogliamo Django, quello con la D muta.

di Aurora Tamigio
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