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Padri e figlie Recensione


Padri e figlie Recensione

Recensione Silenzio in sala
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Rimasto vedovo a causa di un incidente automobilistico, lo scrittore di successo Jake Davis (Russell Crowe) si trova a crescere da solo la figlioletta Katie (Kylie Rogers) sfidando in tribunale gli zii materni della bimba (Diane Kruger e Bruce Greenwood) che vorrebbero adottarla. Lottando contro le crisi convulsive che dalla morte della moglie lo colgono sempre più di frequente, Jake cerca di non soccombere alle crudeli leggi economiche imposte dagli «Stati Uniti dei Soldi».

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Voto Silenzio in Sala: 2.0/5
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Venticinque anni dopo, Katie (Amanda Seyfried) è una studentessa di psicologia che assiste bambini con turbe e traumi della psiche. Prigioniera della propria infanzia tormentata, salta da un letto all’altro nella totale incapacità di accettare l’amore e di abbandonarvisi. Almeno fino all’incontro con Cameron (Aaron Paul), un aspirante scrittore folgorato da Padri e figlie, il romanzo – che dà il titolo al film – con il quale il padre di Katie si è guadagnato il Pulitzer tanti anni prima. Tutta la vicenda si sviluppa così attraverso il continuo incrociarsi dei due differenti piani temporali di Katie adulta e di Katie bambina.

Uscito in Italia il primo ottobre, il film nasce da uno script di Brad Desch notato già da tempo da alcuni produttori e agenti di Hollywood – faceva parte della cosiddetta “Blacklist” hollywoodiana, l’elenco delle sceneggiature più promettenti non ancora realizzate – ma rimasto per qualche tempo in attesa di un regista adatto a portarlo sullo schermo. Padri e figlie diventa così il nono film di Gabriele Muccino, nonché il quarto che il regista romano realizza in terra americana, dopo La ricerca della felicità (2006), Sette anime (2008) e Quello che so sull’amore (2012). Per quest’opera Muccino ha a disposizione un cast di primissimo livello che comprende, oltre ai già citati attori protagonisti, una splendida Jane Fonda che interpreta l’editor di Davis; Quvenzhané Wallis – la bambina prodigio di Re della terra selvaggia (B.

Almeno fino all’incontro con Cameron ([Aaron Paul]), un aspirante scrittore folgorato da , il romanzo – che dà il titolo al film – con il quale il padre di Katie si è guadagnato il Pulitzer tanti anni prima

Zeitlin, 2012) – nei panni della ragazzina alla quale Katie offre il proprio supporto psicologico; Diane Kruger, la zia bella, ricca e alcolizzata di Katie.

La paternità, la malattia, la vita e la morte, l’amore e la paura di perderlo, il trauma e la crescita sono soltanto alcuni dei tanti (troppi) temi toccati più o meno approfonditamente dalla sceneggiatura di questo dramma che si colloca caparbiamente nella scia di un modello di cinema tipicamente americano che fa leva su di un marcato sentimentalismo per catturare e commuovere una precisa fascia di pubblico, lasciando ben poco spazio all’autorialità. La regia stessa, eccezione fatta per qualche momento più virtuoso, si muove per scelte estremamente inflazionate, laddove non addirittura banali. Soluzioni registiche, queste, che vanno a braccetto con alcuni dialoghi che in quanto a originalità lasciano decisamente a desiderare: «Non tutte le persone che ti amano ti lasceranno» o «Non ho mai amato nessuna come te prima d’ora» o ancora «Tu sei la cosa migliore che mi sia mai capitata».

In questo panorama, anche i momenti più artisticamente riusciti – Amanda Seyfried che restitituisce efficacemente i lati più oscuri del suo personaggio; Russell Crowe e la piccola Kylie Rogers legati da un rapporto complice e pieno di tenerezza – finiscono per perdersi.

di Caterina Bogno
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