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Recensione Silenzio in sala
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Mami Sunada ci porta all’interno dello Studio Ghibli, storica casa di produzione giapponese fondata da Hayao Miyazaki e Isao Takahata. Entriamo così nell'universo dei creatori di Porco Rosso e La Città Incantata, in un viaggio che passa attraverso le interviste al produttore Suzuki Toshio e al Maestro Miyazaki, impegnato nella parte avanzata della lavorazione di Si Alza il Vento, mentre parallelamente Takahata porta a conclusione La Storia della Principessa Splendente.

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Voto Silenzio in Sala: 4.0/5
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Dal materiale girato nasce il documentario Yume to Kyouki no Oukoku, Il Regno dei Sogni e della Follia, rilasciato in Giappone nel novembre del 2013, stesso anno di uscita degli ultimi film dei maestri. Capolavori che chiudono la lunga carriera artistica di due geni assoluti del cinema d’animazione. Ritiro annunciato per Miyazaki e lasciato intendere per Takahata. Il documentario di Sunada diventa così testimonianza del lavoro all’interno del laboratorio di animazione più amato al mondo, della "follia" di due autori che hanno dato vita a un regno di sogni.


Da una parte la creazione dell’opera, dall’altra l’organizzazione produttiva e il mantenimento economico dell’azienda, ormai alla fine dei suoi giorni. Le quasi due ore di documentario scorrono veloci, con quella fluidità sempre ricercata da Miyazaki, la cui dedizione al lavoro emerge chiaramente. Si scopre così la sua quotidianità con l’inseparabile grembiule, con una sigaretta dopo l’altra e la ginnastica mattutina trasmessa alla radio. Il Maestro si concede un giorno libero a settimana, la domenica, che dedica alla pulizia dell’argine del fiume con gli abitanti della zona.

Ritiro annunciato per Miyazaki e lasciato intendere per Takahata

Il lavoro giornaliero, pianificato con Sankichi; il metodo di scrittura che non prevede storyboard definiti prima dell’inizio della produzione (ma viene completato strada facendo); il rito quotidiano sul tetto al tramonto insieme ai dipendenti dello studio - come una famiglia- a guardare il cielo. Attraverso le domande e le inquadrature di Sunada intravediamo un Miyazaki più privato, dalla collezione Heidi al museo Ghibli a un album fotografico che riunisce gli scatti realizzati per documentare la crisi finanziaria nella città. Il suo impegno contro il nucleare, i dubbi sul valore di un film in un mondo contemporaneo che “in gran parte è spazzatura”. Un Miyazaki che non si sente un uomo del XXI secolo, che denuncia la deriva nazionalista del Giappone e che alla domanda sul futuro dello Studio Ghibli risponde: “Il futuro è chiaro, andrà a pezzi.

Lo posso già vedere. A cosa serve preoccuparsi? È inevitabile. Ghibli è solo un nome qualsiasi che ho preso da un aereo. È solo un nome”. Parole ciniche in cui però intuiamo la commozione, l’amore per la sua creatura.

Nel documentario trova spazio anche Toshio Suzuki, produttore e figura chiave nello sviluppo dello Studio Ghibli, mentre appare soltanto un attimo Isao Takahata, come a mantenere quell’alone di mistero che lo accompagna. Forse è l’unica vera pecca del film. Ma non per questo ne viene dimenticata l’importanza fondamentale "Senza di lui lo Studio Ghibli non sarebbe esistito". La personalità di Paku-san - questo è il suo soprannome - viene a galla dalle parole dei colleghi, che lo descrivono come un disordinato che non rispetta mai le scadenze. Come se non volesse finire il film. Ma che dopo circa otto anni di lavoro ha comunque regalato alla storia del cinema un capolavoro assoluto. Il Regno dei Sogni e della Follia è un documentario imperdibile per ogni appassionato dello Studio Ghibli. Anche se i due Maestri hanno lasciato il timone e non sembrano esserci successori, il loro Regno in fondo non morirà. Troppo grande e inimitabile il patrimonio di sogni ad occhi aperti costruito in decenni di lavoro, sogni che il tempo non potrà mai cancellare.

di Marta Bosso
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