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The Lazarus Effect Recensione


The Lazarus Effect Recensione

Recensione Silenzio in sala
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Le scritture narrano che Gesù un giorno resuscitò un uomo di nome Lazzaro, quattro giorni dopo la sua sepoltura. Da questo biblico avvenimento prende il nome lo strano fenomeno medico secondo il quale persone o animali potrebbero ritornare alla vita diverse ore dopo l’apparente morte: si tratta del cosiddetto “Effetto Lazzaro”.

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Voto Silenzio in Sala: 2.0/5
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Il tema che fa da sfondo all’ultimo film di David Gelb, The Lazarus Effect, suscita spontaneamente nello spettatore diverse domande esistenziali: è giusto giocare con la vita e la morte, solo per puro egoismo e per desiderio personale? O anche: come accettare la morte e la sua ineluttabilità? Gelb, regista proveniente dal mondo del documentario e autore dell’ottimo Jiro Dreams of Sushi del 2011, tenta qui di impostare tutto il film sulla performance della brava Olivia Wilde e sulla sua trasformazione nel corso della storia, ma il risultato non è quello sperato. Il film non va mai in profondità, non esplora le domande che suscita - seppur potenzialmente interessanti - e si riduce a essere solo una grande copia di qualcosa di già visto in versione migliore.

All’interno di un laboratorio universitario, un gruppo di ricercatori sta conducendo in gran segreto esperimenti su un siero capace di riportare in vita gli esseri umani. A capo del team ci sono Zoe (Olivia Wilde) e il suo compagno Frank (Mark Duplass), i quali riescono finalmente a sperimentare con successo il loro siero su un cane, che "resuscita" incredibilmente. Ma, proprio mentre la ricerca sta dando i suoi primi frutti, la rettrice dell’università scopre la natura degli esperimenti di Zoe e Frank: i sogni di gloria dei due si infrangono del tutto quando una casa farmaceutica si interessa al siero, irrompendo nel laboratorio e confiscando tutto il loro materiale. Il team decide di non gettare la spugna e, intrufolatisi nel laboratorio di notte con un campione di siero d’emergenza, ripete l’esperimento un’ultima volta. Qualcosa però va terribilmente storto e Zoe rimane folgorata da una scarica elettrica, sotto gli occhi attoniti e impotenti dei suoi compagni. Frank, disperato, convince i compagni a utilizzare il siero per riportare in vita la sua amata: l’esperimento ha un inaspettato successo ma le cose cominciano ad andare storte.

All’interno di un laboratorio universitario, un gruppo di ricercatori sta conducendo in gran segreto esperimenti su un siero capace di riportare in vita gli esseri umani

Zoe si risveglia, ma non è più la stessa di prima e, esattamente come il cane riportato in vita in precedenza, la ragazza inizia a mostrare segni di squilibrio, trascinando tutti i suoi compagni in una spirale di violenza e morte. 



The Lazarus Effect percorre il sentiero assai inflazionato dell’horror fantascientifico, quel filone cinematografico che – dal personaggio di Frankenstein al più recente Splice - vede come protagonisti scienziati pazzi e geniali alle prese con esperimenti relativi ai grandi tabù dell’umanità, come Adilà e morte. Il film, che sembra partire da questi interessanti spunti, perde quasi subito mordente e non esplora mai a fondo né le tematiche né i personaggi. Nemmeno la capace Olivia Wilde, unica vera colonna portante del cast, riesce a dare profondità al suo personaggio (complice anche un make-up piuttosto cheap e troppo banale) e l’intensità di alcuni suoi sguardi si perde nella piattezza generale della seconda parte del film.

Anche Mark Duplass, reduce da una notevolissima e inquietante performance nella piccola perla horror di Patrick Brice Creep, non riesce a essere convincente nel suo ruolo di scienziato folle e volitivo. A completare il quadro piuttosto desolante di The Lazarus Effect si aggiungono gli altri ricercatori del team (interpretati da Evan Peters e Donald Glover) e l’ingenua studentessa che li riprende durante i loro esperimenti (Sarah Bolger): tutti assolutamente dimenticabili e senza spessore. Il film - girato interamente in un laboratorio, che sembra davvero troppo anonimo per poter essere preso sul serio - mantiene un andamento prevedibile e il tanto paventato showdown finale, al quale il film sembra tendere dalla sua metà in poi, non riesce a convincere.

di Beatrice Po
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