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Steve Jobs Recensione


Steve Jobs Recensione

Recensione Silenzio in sala
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Danny Boyle e Aaron Sorkin raccontano la curva impazzita di Steve Jobs, "genio" irascibile dalle molte idee, direttore d'orchestra bizzoso e determinato. Tra collaboratori, idee di successo, flop, nemici e una vicenda familiare sui generis, il ritratto del fondatore della Apple attraverso tre momenti chiave della sua carriera: il lancio affrettato del primo Mac nel 1984, l'esperienza fallimentare di Next del 1988, il successo dell'iMac nel 1998.

Che Aaron Sorkin fosse più interessato al dietro le quinte che alla messa in onda, lo aveva già dimostrato con la sua folgorante The Newsroom e, in parte, anche con i retroscena giudiziari di The Social Network.

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Voto Silenzio in Sala: 3.0/5
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La novità sta piuttosto nello sforzo di Danny Boyle di adattare il ritmo frenetico della sua regia alla rigida (de)strutturazione in tre atti di un mito, sezionato attraverso gli attacchi di tutti i suoi nemici/amici e costretto a partecipare all'eterna diatriba tra compositore ed esecutore. Ecco allora che due dei più cinematografici autori di Hollywood scelgono di raccontare Steve Jobs in una pièce che preferisce, al palco dei teatri più importanti d'America, il backstage dei camerini, le scale di marmo dei foyer, la buca di un'orchestra. Un sodalizio, forse, non riuscito quanto quello fra Aaron Sorkin e David Fincher, ma che realizza qualcosa di innovativo sulla vicenda umana e professionale del fondatore di Apple.

Già la scelta di mettere in scena la biografia autorizzata di Steve Jobs non presupponeva grandi svolte tematiche. E, a ben vedere, i dialoghi (eccezionali) del film non fanno che ruotare tutti intorno ai medesimi argomenti di The Social Network: il talento di chi crea e la tenacia di chi esegue; l'assoluzione del genio da vincoli sentimentali ed etici; la solitudine che accompagna tutte le grandi invenzioni. Del resto, cosa effettivamente abbia fatto Jobs per la sua compagnia e per un impero che ha rivoluzionato la tecnologia e la comunicazione, continua a non essere del tutto chiaro ai non addetti ai lavori. Non era un programmatore e neanche un pubblicitario; non un designer e tantomeno un costruttore. Lui, semplicemente, suonava l'orchestra.

Due dei più cinematografici autori di Hollywood scelgono di raccontare Steve Jobs in una pièce che preferisce, al palco dei teatri più importanti d'America, il backstage dei camerini, le scale di marmo dei foyer, la buca di un'orchestra.

Ma ciò che fa sì che questo film effettivamente faccia musica, ininterrottamente, per oltre due ore, è proprio lo stridente contrasto fra la regia di Danny Boyle e la sacralità dello script di Aaron Sorkin. Tutti i personaggi si muovono, come in un grande formicaio, in una trama che freneticamente si avviluppa intorno al protagonista. Lo statuario Michael Fassbender si adatta ai serratissimi dialoghi di Sorkin e ai carrelli di Boyle, senza sosta, in una quasi unità di spazio: il palco infinito che, davanti e dietro il sipario, ospita la vita di Steve Jobs. O, almeno, la parte che valeva la pena raccontare.



Dove infatti il film si mostra ancora debole è nell'ostinata scelta di raccontare anche il Jobs privato. Se già la più convenzionale pellicola del 2013 diretta da Joshua Michael Stern aveva mancato l'obiettivo, va forse accettato che il biopic tradizionale non si adatta troppo alla vicenda di Apple. Nel dipingere i rapporti di amicizia e – soprattutto – la paternità, il film di Boyle/Sorkin appare superficiale e inverosimile. Ancora troppo romanzata è anche la narrazione dei rapporti con figure cardine come quella di Joanna Hoffman (Kate Winslet), Steve Wozniak, Andy Hertzfeld e John Sculley. Va ammesso, però, che il personaggio di Jeff Daniels (con cui Sorkin sembra divertirsi moltissimo) è protagonista di una delle sequenze più belle del film, quella del duro confronto precedente il lancio del Next: un montaggio serrato che alterna presente e passato, in cui Sorkin e Boyle lavorano davvero fianco a fianco per fare del grande cinema.

di Aurora Tamigio
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