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Recensione Silenzio in sala
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“La coscienza dell’assassino”: in quanti hanno provato a descriverla sullo schermo? Sicuramente Scorsese, più recentemente Cronenberg. Martin McDonagh, autore teatrale e premio Oscar per il miglior cortometraggio nel 2006, qui al suo primo film, ci prova in un modo personalissimo: sullo sfondo di un classico noir, con protagonisti due killers in fuga dalla legge e dalla propria vita, costruisce una splendida tragicommedia, carica di richiami laterali e vicende parallele incastonate sullo sfondo fiabesco di Bruges, cittadina medievale fiamminga ricchissima di fascino e storia.

L’apparente normalità dei due protagonisti viene scalfita dal ricordo del motivo della loro presenza in Belgio: Ken (Brendan Gleeson), pacato, tranquillo e bonario signore di mezza età affascinato dalle bellezze della città e ansioso di scoprirle come ogni turista del mondo, deve sopportare e tenere a freno l’esuberanza del più giovane Ray (Colin Farrell), irlandese dal sangue caldo, per nulla interessato al fascino della cultura e attratto in maniera decisamente maggiore dalla birra e dalle donne.

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Voto Silenzio in Sala: 3.5/5
Voto utenti: 3/5

I flashback, che narrano la loro storia, portano a galla il dramma che li unirà per sempre e i fantasmi da cui fuggono senza sosta: da una parte la solitudine di Ken, segnato dalla morte della moglie, che cerca nell’arte la risposta alle sue domande sulla vita, e che trova, nel suo ruolo di chioccia al giovane compagno, un’occasione per riscattare la sua esistenza, a costo di rinnegare il proprio compito. A questo viene affiancata la depressione di Ray, tormentato dai sensi di colpa e annichilito dal suo stesso desiderio di suicidarsi, per porre fine a una sofferenza che nessuno al mondo sembra poter lenire. La loro disillusione, increspata da un pizzico di dubbio e di umana speranza, è tutta nel breve dialogo davanti al Giudizio Universale di Bosch, tra Paradiso, Inferno, Purgatorio e la stagione del Tottenham.

Bruges con i suoi numerosi vicoli, canali, chiese, palazzi e con la sua aura di fiaba e di mistero, diventa una sorta di luogo dell’anima, uno spazio dove perdersi completamente e cercare le proprie risposte, tra infinite variabili e incidenti di percorso, persi in una costellazione di varia umanità. Dalla bella Chloe che diventa una sorta di ancora di salvezza per Ray, all’attore nano razzista e con problemi di droga, al fornitore di armi con dubbi semantici e alla giovane proprietaria, incinta, dell’albergo: un prezioso inno alla vita in una storia impregnata di morte. Su tutto e tutti aleggia però, come una punizione divina, un emblema dell’ineluttabilità del Fato, l’iracondo e coprolalico Harry (Ralph Fiennes), spietato esecutore materiale della volontà del Destino. Alla trama, cupa e forte, fa da contraltare la leggerezza di alcune scene: il conflittuale rapporto odio-amore che lega i due protagonisti come fossero padre e figlio, reso verosimile dall’interpretazione dei due attori – in particolare quella di Colin Farrell, che regala al suo personaggio un indole scanzonata e fanciullesca in evidente contrasto col ruolo di killer. Come non citare, poi, le deliranti visioni apocalittiche del nano, le surreali apparizioni in absentia (lettere,telefonate) di Harry e della sua contorta personalità, la rissa con la coppia yankee al ristorante e il resoconto finale alla stregua di una scaramuccia tra bambini capricciosi.

Bruges con i suoi numerosi vicoli, canali, chiese, palazzi e con la sua aura di fiaba e di mistero, diventa una sorta di luogo dell’anima, uno spazio dove perdersi completamente e cercare le proprie risposte.

A incorniciare il rendez-vous decisivo è un delirio onirico che fa collidere le vite e i destini di Ken, Ray e Harry, mescolati ai personaggi di Bosch a passeggio, come incubi, tra la fitta nebbia di Bruges. Una menzione a parte meritano le musiche, delicate e sognanti, di Carter Burwell, compositore prediletto dei fratelli Coen: se riuscite a rimanere indifferenti mentre le note accompagnano Ken e Ray alla scoperta dei canali della città, questo film non fa proprio per voi.

di Marco D'Amato
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