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Lea Recensione


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Recensione Silenzio in sala
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Dopo essersi fatto conoscere nel panorama internazionale per pellicole impegnate come La meglio gioventù e I cento passi, Marco Tullio Giordana viene incaricato da Rai Fiction e da Bibi Film di realizzare Lea, un biopic intenso e commovente ispirato alla vita di Lea Garofalo. Brutalmente uccisa per essersi ribellata alla malavita.

Petilia Policastro, Calabria, primi anni ’80.

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Voto Silenzio in Sala: 3.0/5
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La giovane Lea Garofalo (Vanessa Scalera) frequenta l’altezzoso Carlo Cosmo (Alessio Praticò) e, contravvenendo alle regole sociali, dopo aver partorito Denise (Linda Caridi), va a convivere con lui. Ben presto la donna si accorge che l’uomo ha iniziato a gestire un proficuo traffico di droga e che è un mafioso rinomato e temuto da tutto il paese. Rifiutando di vivere nella paura e nell’illegalità, chiede protezione alla polizia e denuncia i traffici illeciti del compagno e dei suoi complici. L’uomo finisce in prigione ma, una volta uscito, si mette sulle tracce della donna e la fa picchiare selvaggiamente dai suoi scagnozzi. Cambiando frequentemente identità, casa e lavoro, Lea e Denise girano per l’Italia sperando di riuscire, un giorno, a condurre una vita tranquilla. Gli anni passano ma la situazione non migliora e, infatti, una sera la donna scompare misteriosamente. La figlia, sicura della morte della madre e convinta della colpevolezza del padre, chiede giustizia.

Utilizzando i materiali dell’inchiesta e del processo conclusosi nel maggio 2014, la sceneggiatrice Monica Zapelli (I cento passi) e Marco Tullio Giordana portano sullo schermo la sconcertante storia di una giovane donna determinata a combattere la malavita.

Ben presto la donna si accorge che l’uomo ha iniziato a gestire un proficuo traffico di droga e che è un mafioso rinomato e temuto da tutto il paese

Disposta a perdere tutto ciò che possiede, a rinunciare alla propria identità e a calpestare la sua stessa dignità, Lea Garofalo decide di ribellarsi alla cultura della mafia soprattutto per proteggere sua figlia dai mali del mondo. Le insegna il valore della libertà e della giustizia credendo ciecamente nel servizio delle istituzioni e del buonsenso popolare. Per mostrare la forza interiore della donna, il regista la assiste in ogni fotogramma, le si avvicina con zoom esasperati per confortarla nel momento del bisogno e la inserisce in panorami mozzafiato per regalarle, invece, l’immersione nella bellezza estatica della natura incontaminata. Ne lenisce le ferite derivanti da violenze fisiche e verbali ma si rifiuta di mostrare le scene di follia esagitata e deleteria, preferendo piuttosto vuoti e silenzi assordanti.

Fortemente intenzionato a denuciare in modo verista e zavattiniano le pratiche scabrose della criminalità organizzata, Marco Tullio Giordana ne riproduce dialetti, gestualità e riti, intarsiando la pellicola di crudo realismo e schietto moralismo. In questo modo, Lea si rivela un vero e proprio documento sociale, pronto a urlare l'importanza di mantenere sempre vivi i propri ideali.

di Martina Calcabrini
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