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Recensione Silenzio in sala
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Dopo un passato di commedie demenziali (seppure, a modo loro, iconiche) come Austin Powers, Ti presento i miei e 50 volte il primo bacio, il regista Jay Roach approda al biopic. L'ultima parola porta al cinema l'eccezionale storia di Dalton Trumbo, uno dei più grandi sceneggiatori di Hollywood, la penna dietro a Vacanze Romane e Spartacus.

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Voto Silenzio in Sala: 3.0/5
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Il successo, le presunte simpatie comuniste, i processi, l'esilio dal cinema, la prigione e il grande ritorno negli anni Sessanta. Una vicenda affascinante, la cornice suggestiva della Hollywood classica e un protagonista super: la star di Breaking Bad, Bryan Cranston.

Se è vero che la Golden Hollywood non è mai stata dimenticata, il 2015 si è ripromesso di riscoprire tutto ciò che accadeva dentro e fuori gli Studios, dove gli Stati Uniti fabbricavano i propri sogni e abbattevano chiunque ne opponesse di differenti. E mentre è in arrivo Ave, Cesare!, dissacrante/virtuoso omaggio dei Fratelli Coen alla Hollywood 50s, approda in sala L'ultima parola: la storia (più o meno) vera di Dalton Trumbo, scrittore negli Stati Uniti maccartisti, che ha dovuto faticare per fare riconoscere la propria firma. Per il suo esordio al genere drammatico Jay Roach si attorciglia nella cronaca e, nel desiderio di ricostruire i fatti e rendere un ritratto a tutto tondo di Trumbo, finisce per perdere di vista il personaggio narrato.

Dalton Trumbo era arrivato a Los Angeles negli anni Venti, con la sua famiglia, dal Colorado. Non aveva pensato al cinema fino a quando i suoi racconti non raggiunsero l'Hollywood Spectator e la Warner Bros. Già negli anni Quaranta era uno sceneggiatore strapagato, con un mucchio di storie da raccontare e un paio di candidature all'Oscar. Poi la guerra e la decisione, da Johnny Got His Gun (1939) a Executive Action (1973), che valeva la pena essere sempre un po' scomodo.

Se è vero che la Golden Hollywood non è mai stata dimenticata, il 2015 si è ripromesso di riscoprire tutto ciò che accadeva dentro e fuori gli Studios, dove gli Stati Uniti fabbricavano i propri sogni e abbattevano chiunque ne opponesse di differenti

Così questo autore destinato a due Premi Oscar, che si rifiutò di partecipare alla caccia alle streghe dell'anticomunismo, né finì vittima; masticato e poi sputato via da Hollywood. Nei panni di questo personaggio energico, Bryan Cranston dà vita a un Trumbo senza mezzi termini: un vero eroe cinematografico che somiglia ai suoi film e diventa, da uomo della Storia, punto focale di un'agiografia eccessiva ma avvincente. Probabilmente sarebbe stato opportuno un protagonista combattuto; un Dalton Trumbo che, perfettamente inserito in quella macchina capitalistica che è stata (ed è?) Hollywood, apparisse meno idealista e più concreto. Sebbene - curiosamente - la sua pecca più grande sia proprio la sceneggiatura, L'ultima parola è un film sul cinema più che sulla storia del cinema.

E allora largo alle semplificazioni e alle ellissi, specie se queste lasciano spazio all'aneddotica (già contenuta nel romanzo ispirante di Bruce Alexander Cook) in cui possono prendere vita i personaggi di Helen Mirren e John Goodman; scene madri come quella dell'incontro con Kirk Douglas (interpretato da Dean O'Gorman). Spazio anche alle straordinarie scenografie e ai costumi: una ricostruzione della Hollywood 50's semplicemente perfetta, curata e malinconica nella fotografia di Jim Denault. Forse L'ultima parola non sarà il miglior omaggio a Dalton Trumbo, ma di sicuro è un riuscito viaggio all'indietro nel tempo.

di Aurora Tamigio
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