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Recensione Silenzio in sala
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Dopo Olympus has fallen, Gerard Butler è ancora protagonista di una nuova avventura, stavolta ambientata in terra inglese. Il premier britannico è deceduto in circostanze misteriose e il suo funerale, a cui parteciperanno capi di stato di tutto il mondo, diventa un evento a massimo rischio.

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Voto Silenzio in Sala: 2.0/5
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Le cose però sono peggiori di quello che sembrano ed ecco allora che Mike Banning, capo dei servizi segreti statunitensi, torna a essere l'uomo del Presidente.

In caso di indefinito attacco terroristico, che si tratti della Casa Bianca o della capitale sul Tamigi, ci pensa Mike Banning. Ecco di nuovo l'agente della CIA interpretato da Gerard Butler correre, uccidere, investigare sul nemico più attuale e (purtroppo) cinematograficamente produttivo degli ultimi anni: la minaccia islamica. Non che in London has fallen sia poi ben chiaro - né importante, pare – da dove arrivi e dove vada il più colossale attacco terroristico mai sferrato. Ma poco importa: un inopportuno riferimento alla Siria (da anni scenario di una guerra atroce su cui c'è poco da fantasticare), un'idea balzana ed ecco pronta la storia irreale al cui script hanno lavorato ben quattro autori. Chi si era stupito del successo di Attacco al potere (oltre cento milioni di dollari incassati al botteghino) sarà letteralmente incredulo di fronte a questo nuovo film della serie, in cui Antoine Fuqua è sostituito alla regia da Babak Najafi. London has fallen è una pellicola così assurda che la narrazione dei palazzi della politica e delle vicende internazionali assumono un carattere più da fantascienza che da thriller. La sceneggiatura non segue alcun criterio causa-effetto e si limita a esorcizzare la paura e la violenza dell'attualità in uno scoppiare di azione, ancora più forsennata che nel primo film.

Ecco di nuovo l'agente della CIA interpretato da Gerard Butler correre, uccidere, investigare sul nemico più attuale e (purtroppo) cinematograficamente produttivo degli ultimi anni: la minaccia islamica

Se non fosse così esile, si potrebbe dire che London has fallen è un film di propaganda statunitense: gli USA ancora una volta salvano il mondo (e gli indifesi alleati) dal pericolo islamico e, fondamentalmente, da tutto ciò che non è Stati Uniti. Si potrebbe persino vedere un tentativo di competizione fra Mike Banning e il britannico James Bond. Ma sarebbe caricare questa pellicola di implicazioni che, semplicemente, non ha.

Se nel film di Fuqua, a suo modo un maestro del genere, l'ingranaggio dell'azione funzionava per ritmo e (poche) idee, qui anche i colpi di scena e i clichè appaiono deboli e patetici. Milioni di dollari di budget (si parla di una cifra compresa fra settanta e cento) per un film fracassone che sfodera elicotteri, missili ed effetti speciali ma si perde in scenografie prive di estro e in una cura formale pressoché limitata.

Ci sono i divi, certo, ma la sceneggiatura è così povera che persino lo stereotipo dell'eroe protagonista o del giovane Presidente Asher di Aaron Eckhart iniziano a essere irritanti. L'agente Banning, sulle cui azioni – sconclusionate – si basa la vicenda, non è certo il più simpatico fra i personaggi e Gerard Butler è incapace di dargli, se non carisma, almeno carattere. La sua relazione con Asher è abbandonata a pochi, deprimenti, dialoghi che diventano spesso surreali e (volontariamente?) comici. Non resta che considerare London has fallen alla stregua di un film dotato di un humor discutibile, senza aspettarsi niente più che esplosioni, sparatorie a tappeto e ammiccamenti fra superuomini.

di Aurora Tamigio
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