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Recensione Silenzio in sala
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Quando John Mckenzie (Michael Pitt), astronauta fuori rotta, precipita sul tetto di un condominio di periferia, nel cuore della banlieu parigina, gli abitanti del palazzo lo accolgono con calore aprendogli le porte e le loro complesse esistenze. Dai racconti Chroniques de l'asphalte, il quinto film di Samuel Benchetrit è una commedia surreale che alza il sipario sulla solitudine della periferia e sui variopinti personaggi che la abitano.

Incredibile riconoscere nel dolcissimo astronauta piombato sulle banlieu il fascinoso protagonista di The Dreamers e nella malinconica diva al tramonto la scandalosa Pianista di Haneke.

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Voto Silenzio in Sala: 3.0/5
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Eppure Michael Pitt e Isabelle Huppert sono due dei protagonisti della commedia di Samuel Benchetrit, tratta da una sua idea letteraria, portata al cinema con garbo e un stile lievemente da palcoscenico. Nella capacità di trasformare un cast di attori noti (tra cui anche Valeria Bruni Tedeschi, Gustave Kervern, Tassadit Mandi) in personaggi assolutamente comuni - tipi umani riconoscibili, ma assoluti - sta il talento del regista e la forza di questo film, dotato di molti livelli di lettura. Mckenzie è atterrato in una Parigi molto diversa da quella che chiunque ama e conosce, eppure le scelte narrative e registiche di Benchetrit rendono conto di una città inzuppata di poesia in ogni suo nervo, anche nei più lontani dal centro. Non c'è volontà di restituire un ritratto della periferia e, anzi, questa appare solo in fondo al film come se fosse un luogo astratto e non uno spazio vero e proprio; ma il modo in cui essa è rappresentata – con i suoi abitanti, le dinamiche e le atmosfere - non solo è credibile ma assolutamente veritiero.

Benchetrit arriva al nocciolo della rappresentazione solo partendo dagli interni, attraverso i dettagli e una speciale cura dei personaggi, coltivati scena dopo scena come si trattasse di una grande famiglia, della sua famiglia. Del resto, i ricordi d'infanzia sono - per stessa dichiarazione del regista/scrittore - ispirazioni utilizzate con delicatezza e convinzione. Il resto delle suggestioni sono improbabili e stranianti, con uno sguardo al lavoro del belga Jaco Van Dormael (in particolare all'opera più recente Dio esiste e vive a Bruxelles) o a un autore forse ancora più difficile da imitare, Roy Andersson, nei movimenti di macchina ridotti all'osso, nelle inquadrature spoglie e pulite, nei colori freddi. Nonostante Benchetrit guardi al cinema d'autore più impenetrabile o a quello favolistico di Jeunet, resta quasi unica la sua capacità di abbracciare lo spettatore nella storia così come nel cuore più caldo della banlieu.

Nella capacità di trasformare un cast di attori noti (tra cui anche [Valeria Bruni Tedeschi], [Gustave Kervern], [Tassadit Mandi]) in personaggi assolutamente comuni - tipi umani riconoscibili, ma assoluti - sta il talento del regista e la forza di questo film, dotato di molti livelli di lettura

Se all'inizio gli occhi del pubblico sono quelli dell'uomo spaziale interpretato da Michael Pitt - introdotto nell'accogliente della periferia come se le appartenesse da sempre – lentamente l'immedesimazione si sposta da un personaggio all'altro, a seconda di chi riflette di più questo o quel male contemporaneo. C'è la solitudine della malattia, l'apatia della senilità, lo spleen della giovinezza e la nevrosi amorosa. Il tutto, raccontato con un umorismo nordico, in qualche modo irresistibile, che stempera ogni guaio e lo rende minuscolo in confronto al complicato microcosmo in cui esso si inserisce. E la banlieu diventa metafora dell'enorme mondo intorno a essa, in cui accettare uno sconosciuto venuto dallo spazio è una sfida simile a scoprire cosa c'è nei pensieri del vicino di casa.

di Aurora Tamigio
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