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L'età d'Oro Recensione


L'età d'Oro Recensione

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Prodotto da Kitchen Film, Testukine e in collaborazione con Rai Cinema, L'età dell'oro è il nuovo film di Emanuela Piovano, già regista de Le rose blu, L'aria in testa, Le complici e Le stelle inquiete. Girato completamente in Puglia (prevalentemente a Monopoli), la trama è liberamente tratta dall’omonimo libro di Francesca Romana Massaro e Silvana Silvestri, peraltro sceneggiatrici del film.

Sid (Gabriele Dell’Alera) torna alle origini della sua infanzia partendo da Torino e arrivando nell’allegra e colorata comunità pugliese in cui si trova la madre, Arabella (Laura Morante), con cui da sempre ha intrattenuto un rapporto di amore e odio colmo di litigi e incomprensioni.

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Il vero viaggio del giovane protagonista è però nel suo intimo, riscoprendo una madre dalle debolezze più grandi delle colpe che le ha sempre rinfacciato. Con il tempo, tentando invano di ripudiarne l’amore, Sid capisce le virtù della madre, la sua natura artistica e ammaliante, brillante e misteriosa: ma, purtroppo per lui e per la sua ricerca di redenzione, è troppo tardi.

Ci sono film in cui i silenzi assordanti, la misticità dei dialoghi, l’assenza di dialoghi e un nonsense spacciato per maturità di scrittura sono capaci di rovinare una trama di per sé apprezzabile. È il caso de L'età d'Oro, un’opera difficilmente definibile come tale, dall’incomprensibile montaggio - spezzettato tra passato e futuro con poca intelligenza - e capace di buttare all’ortiche un cast artistico di tutto rispetto. L’interpretazione della Morante, non fosse inserita in una cornice decisamente non all’altezza, sarebbe anche apprezzabile. Quella di Gabriele Dell'Aiera lascia profondamente perplessi, così come quella di un’Eugenia Costantini (la Burkstaller di Boris) decisamente sottotono. La regia della Piovano confonde e spiazza per mancanza di fondamenta nel corso della trama e per l’eccessivo lusso di lasciare all’interpretazione dello spettatore i punti chiave della storia.

Ci sono film in cui i silenzi assordanti, la misticità dei dialoghi, l’assenza di dialoghi e un nonsense spacciato per maturità di scrittura sono capaci di rovinare una trama di per sé apprezzabile. È il caso de L'età d'Oro.

di Riccardo Cotumaccio
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