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Recensione Silenzio in sala
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Quando la giornalista americana Kim Barker arriva per la prima volta a Kabul è il 2003: in Afghanistan è in corso l’operazione "Enduring Freedom", volta a porre fine al regime dei talebani e ad annientare i campi di addestramento e la rete di Al-Qaida. In quel periodo, però, gli occhi del mondo sono rivolti all’Iraq, teatro della seconda guerra del Golfo.

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Voto Silenzio in Sala: 2.0/5
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Fino al 2009, tra l’Afghanistan e il Pakistan, Barker si impegna a mantenere viva l’attenzione su quella «guerra dimenticata», pubblicando nel 2011 The Taliban Shuffle: Strange Days in Afghanistan and Pakistan, un resoconto degli anni trascorsi in veste di reporter di guerra. È proprio da questo racconto autobiografico che nasce il film di Glenn Ficarra e John Requa.

La pellicola – il cui titolo strizza l’occhio al gergo militare che usa l’espressione “whiskey tango foxtrot” come surrogato del tradizionale “what the fuck” – mette in scena il periodo afghano della giornalista, con la comica americana Tina Fey in veste di protagonista. Nel film Kim Barker diventa Kim Baker, giornalista televisiva senza marito né figli che, stanca di occuparsi di storie di scarso interesse, accetta un posto come inviata di guerra in Afghanistan. Quando arriva a Kabul, Kim è piuttosto disorientata ma riesce ad ambientarsi rapidamente grazie all’aiuto del suo interprete Fahim (Christopher Abbott), che la guida attraverso le complesse dinamiche del Paese. È insieme a lui che la giornalista va in cerca di storie che riportino l’attenzione dei media sulla situazione politico-militare dell’Afghanistan, costruendosi una rete di contatti che include il procuratore generale Sadiq (Alfred Molina) e il Generale Hollanek (Billy Bob Thornton), a capo dei Marines. Non passa molto tempo prima che Kim rimanga completamente assorbita dalla Ka-Bolla: con questa espressione i corrispondenti esteri con i quali la reporter divide il tetto designano quella strana sensazione di sospensione che nella capitale afghana diventa lo status quo.

La pellicola – il cui titolo strizza l’occhio al gergo militare che usa l’espressione “whiskey tango foxtrot” come surrogato del tradizionale “what the fuck” – mette in scena il periodo afghano della giornalista, con la comica americana [Tina Fey] in veste di protagonista

«Qual è la tua storia?» chiede la bella Tanya (Margot Robbie) a Kim. Tutti quelli che finiscono a Kabul – spiega la giornalista australiana – ci finiscono per un motivo per preciso, spesso per fuggire da qualcosa. E poi, quando viene il momento di fare ritorno in patria, non riescono più a trovare il proprio posto, incapaci di vivere se non in un contesto al limite come quello di guerra. Un contesto fatto di incertezza e tensione sublimate in serate alcoliche e sesso occasionale.

Perché, come spiega Tanya, se a New York sei un 6 o un 7 a Kabul diventi come minimo un 9. Kim se ne accorge presto e non fatica ad adattarsi, a partire dalla sua relazione con il fotografo Iain (Martin Freeman).

È proprio questo lo spunto più interessante di Whiskey Tango Foxtrot: come affresco della vita di un gruppo di reporter internazionali a Kabul il film funziona, mettendo efficacemente in scena la situazione di chi si muove in un contesto a rischio in cerca di una storia da raccontare, tra tempi morti e momenti cruciali. Al di là di questo, però, la pellicola non convince: finisce infatti per collocarsi in uno spazio grigio a metà tra il film di guerra e la commedia, lasciando a bocca asciutta sia chi si aspetta di ridere sia chi è stato attirato dall’ambientazione. Troppe esplosioni e troppi morti per sorridere a cuor leggero, troppe banalizzazioni per prendere Whiskey Tango Foxtrot sufficientemente sul serio.

di Caterina Bogno
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