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Recensione Silenzio in sala
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Londra, 1977. Quando una madre di famiglia residente a Enfield, Peggy Hodgson, viene colta dalla manifestazione di poltergeist nella sua abitazione, si accorge che i suoi problemi finanziari non sono l’unico problema di cui deve occuparsi.

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Voto Silenzio in Sala: 3.0/5
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A risolvere il caso vengono mandati Ed e Lorraine Warren, gli studiosi di fenomeni paranormali che sette anni prima avevano affrontato l’orrore di Amityville negli Stati Uniti.

Sono ormai passati tre anni da quando James Wan portava nelle sale il suo quinto lungometraggio L'evocazione - The Conjuring. Wan deve aver preso a cuore il rapporto dei noti studiosi di demonologia Ed e Lorraine Warren con i più inquietanti fenomeni paranormali che hanno fronteggiato negli anni ‘70, tanto da decidere di accodarsi ai numerosi autori che ne hanno voluto, in passato, trasporre le vicende su pellicola (primo fra tutti l’Amityville Horror di Stuart Rosenberg). Se però le vicende del primo capitolo erano focalizzate sul misterioso caso di una bambola posseduta di nome Annabelle (si ricordi l’omonimo, e meno riuscito, spin-off), The Conjuring - Il caso Enfield si sposta dagli Stati Uniti alla Londra del ’77, e più precisamente nel borgo di Enfield, dove i poltergeist che terrorizzano la famiglia Hodgson sembrano una sorta di immagine riflessa dell’Amityville oltreoceano che ebbe luogo sette anni prima.

Come sempre, James Wan si diverte a riproporre immagini già utilizzate nella propria filmografia e a condurre giochi di auto-citazionismo sempre efficaci, nati dalla mescolanza fra figure orrorifiche arcaiche ormai fissatesi nell’immaginario collettivo e la sua personalissima rimasticazione di sottogeneri che solo ultimamente hanno preso piede, più che mai, nel cinema di genere: uno fra tutti il found footage, di cui il regista imita soltanto la ripresa tramite macchine da presa appena traballanti, al fine di immergere lo spettatore nel vivo dell’azione, ma rigettandone categoricamente la ridondanza dell’effetto amatoriale, cui predilige uno stile pulito e colmo di notevoli guizzi registici (qui, più che mai, si scatena in improbabili piani sequenza, seppur aiutato dalla cgi) ed espedienti da brivido: lo stratagemma del gioco-carillon di L'evocazione - The Conjuring è richiamato dal giocattolo di cui il piccolo protagonista del caso Enfield si serve per combattere la propria balbuzie, prima di scoprire che dal demoniaco balocco può materializzarsi il mostruoso Crooked man (alzi la mano chi non ha pensato a Beetlejuice).

Tuttavia, è direttamente a L’Esorcista che Wan deve aver volontariamente guardato per proseguire quel discorso lasciato in sospeso nella parte finale del suo primo capitolo dedicato ai coniugi Warren, in cui aveva inscenato deliri di possessione sul corpo di una madre di famiglia perlopiù traendo ispirazione dai mockumentary a tema esorcismo usciti negli ultimi 5 anni. Qui, infatti, l’incarnazione del Male passa attraverso il candido corpo di una tredicenne (incredibilmente somigliante alla Linda Blair che, negli anni ’70, prestò voce e corpo a Regan MacNeil) e, sempre sulla scia del cult-capolavoro di Friedkin, dispiega un discorso analogo sulla crisi di fede: la fede di cui comincia a diffidare la chiaroveggente Lorraine, indotta dal demone a squarciare le pagine della sua Bibbia, ma anche una fede che, in The Conjuring - Il caso Enfield è rappresentata dal voler credere nell’inspiegabile e nel paranormale per poter credere che qualcos’altro c’è, seppur ultraterreno. Si tratta di una fede messa in dubbio dall’inattuabilità della ricerca di prove necessarie, ma soprattutto dalla possibilità – sempre più concreta, nei tempi dei mass media - di inganno e menzogna da parte della “vittima” perseguitata, anche se a farlo è una bambina innocente.

Il giovane regista conferma di aver compreso i meccanismi del terrore meglio di chiunque altro nella sua generazione, e funziona bene il suo divertissement fatto di paure primordiali, mostri sotto il letto, presenze agghiaccianti.



Ci si sarebbe aspettato un chiarimento meno sbrigativo riguardo la preziosissima e brillante questione delle “bugie mediatiche”, soppresso a favore di una seconda parte piuttosto monocorde che sfocia in un enfatico epilogo (tutto ispirato al Poltergeist di Tobe Hooper) privo di reali sorprese. Tuttavia, il giovane regista conferma di aver compreso i meccanismi del terrore meglio di chiunque altro nella sua generazione, e funziona bene il suo divertissement fatto di paure primordiali, mostri sotto il letto, presenze agghiaccianti, il gesto di un bambino che indica qualcosa che è inghiottito nel buio e non può essere visto, sagome appena percettibili che si materializzano silenziosamente ai lati dello schermo; ancora, insegna una perfetta gestione della tensione e della suspense in grado di risvegliare i veri timori dello spettatore, negandogli il più delle volte (ma non del tutto, e forse è anche questo a elevare il primo capitolo al di sopra di questo) i tanto attesi jump-scares da cui è assuefatto e di cui, è chiaro, può fare a meno.

di Federica Cremonini
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