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Recensione Silenzio in sala
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Presentato nella seconda giornata della 73esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, The Light Between Oceans è il quarto lungometraggio di Derek Cianfrance, già noto al grande pubblico grazie ai precedenti Blue Valentine e il meno convincente Come un Tuono.

Adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo debutto di M.L. Stedman, pubblicato nel 2012, le vicende di The Light Between Oceans hanno luogo nei remoti confini dell’Australia, e più precisamente sulla minuscola e sperduta isola di Janus, ove il reduce di guerra Tom Sherbourne vive la propria vita in cerca di isolamento.

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Verrà raggiunto dalla giovane Isabel, conosciuta poco tempo prima, di cui s’innamora. Isabel e Tom si sposano, cercano di avere un bambino, ma le cose non vanno come previsto: Isabel ha un aborto spontaneo, subito seguito da un altro aborto che getterà i due, ma in particolar modo la donna, in un lutto terribile. Poco dopo, sulle sponde del mare, si materializza una barca che trasporta un uomo privo di vita insieme a una neonata, sopravvissuta. Isabel e suo marito, che così tradisce il proprio lavoro, ne faranno la propria figlia e la accudiranno per due anni come tale, finché non verranno a conoscenza di una certa Hannah Roennfeldt, madre della bambina “scomparsa”.

L’opera di Cianfrance, dunque, tenta di raggiungere la stessa meta raggiunta dal romanzo, ovvero quella di tratteggiare un rapporto che oscilla fra due estremi, che sono incarnati dai due protagonisti stessi, nonché richiamati dal titolo, “la luce fra gli oceani”: il filo che intercorre tra il lancinante senso di colpa (che sembra attanagliare Tom più che Isabel) e l’appagamento dato da una vita serena (avvalorata dal sorriso di Isabel, più che da quello di Tom), fra il passato macchiato dalla guerra e il futuro radioso che la donna sarà in grado di portare nella vita dell’uomo e, infine, fra ciò che si ritiene giusto e legittimo e ciò che si ritiene immorale o scorretto, trova equilibrio solo con l’arrivo inatteso della donna che reclama la maternità della piccola bambina, ormai cresciuta in una famiglia che riconosce come propria. L’opera è anche scandita dall’apparizione repentina di elementi estranei che s’insediano nel quotidiano stravolgendolo. Ed è proprio questo meccanismo a costituire un’ideale scissione del film in due tempi distinti: il normale corso delle due vite che hanno raggiunto l’equilibrio, in un primo momento, grazie alla comparsa di un qualcosa che è stato desiderato, e che ha fatto delle infinite croci bianche piantate nella terra acre di Janus solo un ricordo nebuloso e lontano, viene deviato dall’introduzione e dalla fulminea manifestazione di qualcosa che è stato a lungo temuto. Il regista, pertanto, scinde la sua opera in due momenti che sono facilmente riconoscibili a causa del cambio di ritmo e di tono che si avverte tra una prima parte eccessivamente fiacca e una seconda parte intrisa di eventi forzatamente affastellati l’uno sull’altro, rivelando una gestione poco convincente del materiale estrapolato dal romanzo, il quale soggetto di base è indiscutibilmente interessante.

L’opera di Cianfrance tenta di raggiungere la stessa meta raggiunta dal romanzo: quella di tratteggiare un rapporto che oscilla fra due estremi, che sono incarnati dai due protagonisti stessi.

Le prove attoriali dei due protagonisti Michael Fassbender e Alicia Vikander, entrambi ingessati in panni che non ne valorizzano le rispettive qualità, non lasciano trasparire la chimica e il trasporto. E non vengono certamente aiutati dalla delineazione e dalla scrittura del rapporto stesso, che sembra provenire da mani diverse da quelle che un tempo hanno scritto Blue Valentine

di Federica Cremonini
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