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Recensione Silenzio in sala
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Joe Coughlin (Ben Affleck) è un criminale. Un criminale atipico, figlio del vicecommissario di Boston (Brendan Gleeson) e reduce dalla Prima Guerra Mondiale, nel corso della quale ha deciso di non rispettare più nessuna regola che non si sia autoimposto.

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Proprio per questo è determinato a rimanere un criminale indipendente, nonostante si ritrovi coinvolto in una guerra fra irlandesi e italiani per il controllo delle attività illegali della città.

Con La legge della notte Ben Affleck torna a dirigere se stesso in un gangster movie ambientato fra Boston e Tampa, a cavallo degli anni Trenta, adattamento di un romanzo di Dennis Lehane, che è stato coinvolto anche nella realizzazione del film. Nella prima parte, ambientata in Massachussets, impariamo a conoscere Joe e i personaggi che fanno parte della sua vita: il suo primo grande amore Emma (Sienna Miller); il suo antagonista in amore, e presto nella vita, il boss irlandese Albert White (Robert Glenister); il boss italiano Maso Pescatore (Remo Girone), suo mentore per l’ingresso nella mala di alto livello. Proprio grazie a Maso Joe finisce a Tampa, in Florida, dove, insieme al suo braccio destro Dion (Chris Messina) dà vita a un fiorente traffico di alcolici, associandosi ai cubani per l’importazione della melassa. È così che conosce Graciela (Zoe Saldana), il grande amore della sua vita.

Pur meno solido delle precedenti opere da regista di Ben Affleck, La legge della notte è un film efficace nel raccontare un’epoca affascinante come quella del proibizionismo che, sebbene già frequentemente esplorato dal cinema, resta un capitolo interessante della storia americana. Nel rifarsi al libro di Dennis Lehane, Affleck tenta di trovare una nuova prospettiva, che incroci il percorso personale di un personaggio borderline – mai davvero cattivo, ma certamente non ascrivibile fra i buoni – e il cammino di crescita di una nazione, gli Stati Uniti, in particolare quelli del Sud. Mentre Joe scala le gerarchie della mala, si ritrova a fare i conti con storture persino peggiori di quella di cui fa parte lui stesso: il Ku Klux Klan, il razzismo generalizzato, la corruzione imperante, la bigotteria e le degenerazioni della fede, espresse in particolare dal capo della polizia Figgis (Chris Cooper) e da sua figlia Loretta (Elle Fanning). È un mondo complesso quello nel quale Joe impara a destreggiarsi con abilità, ma a volte anche questo non è sufficiente a tener conto di tutte le variabili.

Difficile non fare paragoni scomodi, soprattutto con le pellicole di Martin Scorsese.

Nel rifarsi al romanzo di Dennis Lehane, Ben Affleck tenta di trovare una nuova prospettiva, che incroci il percorso personale di un personaggio borderline – mai davvero cattivo, ma certamente non ascrivibile fra i buoni – e il cammino di crescita di una nazione, gli Stati Uniti.

Eppure La legge della notte ha più di un elemento di interesse: in primis la narrazione dei rapporti umani, come quello fra Joe e il padre; ma anche la dicotomia Emma/Graciela, che corrisponde a due modi totalmente opposti di intendere l’amore e la vita. Certo, il film non riesce a trasmettere il pathos e il coinvolgimento di opere come Mean Streets - Domenica in chiesa, lunedì all'inferno o Casinò: questo avviene non solo perché la recitazione di Ben Affleck non è quella di Robert De Niro, ma anche perché in termini di fotografia e scelte registiche La legge della notte è più patinato, e quindi freddo, dei più noti gangster movie. A questo si aggiungono un voice off ridondante e dialoghi spesso poco ispirati, a volte addirittura involontariamente parodistici. Nel complesso quello di Ben Affleck è un film che non lascia insoddisfatti ma fa pensare che, dopo tante ottime prove, il regista di Argo si sia un po’ seduto, senza infondere a questa nuova opera quel tocco in più.

di Roberto Semprebene
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