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Moonlight Recensione


Moonlight Recensione

Recensione Silenzio in sala
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Little cresce a Miami, bersaglio dei bulli della scuola; non potendo contare sulla sua famiglia, si rifugia a casa di Juan e Teresa, dove può essere semplicemente Chiron, un ragazzo. Ma la vita è complicata e Chiron finisce in prigione: quando esce il suo nome è Black ed è diventato un uomo.

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Voto Silenzio in Sala: 3.5/5
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Il 2016 a Hollywood (e non solo) sembra essere l'anno della diversità. La presidenza Obama ci aveva abituati a racconti black, più o meno travestiti da storie di formazione ma in realtà dichiaratamente fieri di appartenere a quella che oggi non è più una minoranza. The Help , 12 anni schiavo, The Butler: Un maggiordomo alla Casa Bianca, Django Unchained sono solo alcuni dei titoli che dal 2009, attraverso generi diversi, si sono fatti veicolo di una controstoria. Ci voleva però un nuovo presidente, con le sue idee preoccupanti, per sollevare uno speciale fermento cinematografico: non sembra un caso che molte delle più recenti produzioni proclamino (o forse ribadiscano) con più forza, e meno sentimentalismo, la causa di tutti i "diversi", negli Stati Uniti e non solo. Ecco perchè Moonlight può essere oggi quello che 12 anni schiavo è stato nel 2013. Una storia che riassume nei toni e nei temi la necessità da parte di una (gran) parte della popolazione di non essere più percepita come un problema, ma come una realtà esistente e viva.

Diviso in tre capitoli, intitolati come ognuno dei nomi del protagonista, Moonlight è un film solo per certi versi prevedibile. La formazione del ragazzo nero viene raccontata secondo clichè cinematografici che fanno il verso a Spike Lee; del resto nella vita disastrata del protagonista non manca proprio niente, dalla madre tossicodipendente ai bulli, fino all'esperienza del carcere.

Il film di Barry Jenkins sembra, ma solo a un occhio superficiale, il classico dramma di formazione; in realtà racconta con sensibilità il percorso del protagonista per arrivare a conoscersi e in qualche modo bastare a se stesso.

Ma è proprio quando si crede di aver intuito l'intero copione che l'esistenza del protagonista cambia di colpo ed entra in un nuovo capitolo, e poi in un altro ancora. A essere indagata non è solo l'identità black, ma anche la presa di coscienza della sessualità e dell'omosessualità. Il film di Barry Jenkins sembra, ma solo a un occhio superficiale, il classico dramma di formazione; in realtà racconta con sensibilità il percorso del protagonista per arrivare a conoscersi e in qualche modo bastare a se stesso. Nessun personaggio della vita di Little/Chiron/Black è del tutto innocente o colpevole: e così un pessimo uomo può essere un buon padre, la donna che ti ha messo al mondo non per forza una madre e anche un ragazzo cresciuto in mezzo alla droga e finito in prigione, può desiderare una vita del tutto diversa.

Va detto: qualcosa, in questo film che sembra confezionato apposta per l'Academy, infastidisce. Forse la fotografia patinata di James Laxton, magari le musiche drammatiche di Nicholas Britell o, ancora, certi dialoghi melodrammatici. Ma non c'è dubbio che fare un film come Moonlight non era né semplice né superfluo. Così come non lo è sottolineare che solo un autore come Barry Jenkins, ovviamente black, poteva realizzarlo.

di Aurora Tamigio
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