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Recensione Silenzio in sala
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I prequel, si sa, sono armi a doppio taglio: se talvolta servono come tappabuchi in periodi di magra produttiva, altre volte si rendono necessari nell’arco di una saga filmica; possono superare i predecessori, oppure ricalcarne le strade, togliendo stupore a svelamenti e ad anelati tasselli mancanti. Se a questo aggiungiamo la moderna tendenza dell’industria fumettistica americana a stratificare gli universi dei suoi supereroi – creando passati, presenti e futuri paralleli per aumentarne l’epicità delle gesta, e contrastare le fluttuanti sorti del mercato –, e la complessità psicologica dei caratteri supereroistici, speculari, nonostante la loro iperuranica distanza, alle umane e labili inclinazioni terrestri, avremo un’idea delle gatte da pelare che David Benioff (già sceneggiatore de La 25a ora) si è trovato fra le mani, nel tentativo di addomesticare il selvatico mondo di Wolverine, e ricavarne un prodotto digeribile per i fanatici marvelliani così come – e, forse, soprattutto – per gli sprovveduti neofiti.

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Voto Silenzio in Sala: 2.0/5
Voto utenti: 3/5



Fine del XIX secolo. L’infanzia di James Howlett è segnata da un evento tragico: durante un alterco domestico, l’uomo di fatica della tenuta Howlett uccide il padre di James, salvo poi perdere la vita sotto i colpi del piccolo Jimmy, della sua furia vendicativa e dei singolari artigli comparsi sui dorsi delle mani. Alla confessione che quell’uomo è suo padre, il piccolo omicida fugge con il fratello maggiore Victor, anch’egli portatore di doti superumane, promettendosi reciproca protezione e sostegno. Cresciuti, si arruolano in guerra, ma le loro imprese e la resistenza impressionante che dimostrano sotto i colpi dei combattimenti, attirano l’attenzione: il generale William Stryker convince i due fratelli a unirsi a lui e alla sua squadra speciale, per asservire la nazione in un momento di grande bisogno. Ben presto i piani del mefistofelico generale si riveleranno in tutta la sua macchinosa brama mortifera, e quando James, abbandonato il progetto, trova la propria donna barbaramente uccisa, decide di sottoporsi a un terribile esperimento, per aumentare i suoi già straordinari poteri, e mettersi sulle tracce dell’assassino della sua amata.

Dalla tragedia edipica dell’infanzia, fino all’incontro con Stryker e all’esperimento X, Gavin Hood insegue – con qualche affanno – le fughe e le rincorse del suo protagonista, seminando ad ogni passaggio exploit di granitica spettacolarità. Il regista di Tsotsi opta per un ossuto impianto scenografico, all’interno del quale far impattare le funamboliche imprese dei personaggi, tra poteri straordinari e combattimenti al fulmicotone, per la gratificazione visiva, e qualche sussulto adrenalinico.

Il regista di Tsotsi opta per un ossuto impianto scenografico, all’interno del quale far impattare le funamboliche imprese dei personaggi, tra poteri straordinari e combattimenti al fulmicotone, per la gratificazione visiva, e qualche sussulto adrenalinico.

Le similitudini con l’alter ego cartaceo si limitano al dramma del piccolo James – ispirato alle strisce di Paul Jenkins e Andy Kubert –, all’esperimento con l’adamantio, e alle fugaci comparsate di nuovi e vecchi eroi. Per il resto c’è un po’ di tutto: l’amore violato e mai negato; il fraterno e ricorrente contrasto dei mutanti, tra gelosie e comunione di sangue – il tema della “diversità” caro a Singer è accantonato – ; e in onore al produttore esecutivo Richard Donner si cita la scoperta del piccolo Kal-el da parte dei vecchi coniugi Kent.

Tutto dicevamo, meno quello che forse ci si sarebbe maggiormente aspettato, data una matrice così esposta all’interesse dei lettori e di un pubblico cinematografico ormai svezzato agli stupefacenti ragazzi Marvel. L’impressione di aver calcato le già percorse linee dei capitoli della trilogia, tra spirito di gruppo, combattimenti superumani, coesioni e ammiccamenti sentimentali, lascia un fastidioso amaro sul palato.

Il passato di morte e ritorni – più o meno voluti – alla vita, di tragiche vicissitudini, di raccapriccianti torture subite, e la bestialità primordiale delle sue esplosioni animali, quel suo istinto inestirpabile votato alla violenza, fanno di Wolverine un personaggio dall’enorme fascino. Forse sarebbe stato inopportuno pensare all’approccio fanta-nichilistico di Barry Windsor Smith, del suo capolavoro di cavi e sangue Weapon X, o ad una svolta amorale del carattere. Di sicuro, era lecito sperare in un racconto diverso, incupito dalla tenebrosa natura del suo protagonista, dalla sua anima nera; pensare ingenuamente all’intelligente e sensibile tatto che Christopher Nolan ebbe nei confronti del suo Cavaliere Oscuro.

di Giuseppe Salvo
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