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Mal di pietre Recensione


Mal di pietre Recensione

Recensione Silenzio in sala
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Alla fine della seconda guerra mondiale la bella Gabrielle, primogenita di una ricca famiglia di proprietari terrieri, è costretta a sposare Josè, un contadino che lavora nei campi dell'azienda paterna. Il matrimonio infatti sembra l'unico rimedio possibile per curare dei disturbi mentali della donna, che la portano a eccessi passionali compromettenti.

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Voto Silenzio in Sala: 3.5/5
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Gabrielle però è anche vittima di una malattia ai reni che le impedisce di procreare; il novello marito decide così di mandarla in cura presso una clinica specializzata. Nella struttura, dove trascorrerà alcuni mesi in attesa della possibile guarigione, Gabrielle conosce un bel tenente dell'esercito rientrato dall'Indocina in gravi condizioni e finisce per innamorarsene.

Un doppio sguardo femminile quello offerto da Mal di pietre, ultimo film della regista Nicole Garcia, tratto dall'omonimo romanzo della nostra connazionale Milena Agus. Un melodramma in piena regola capace di schivare i rischi del genere, evitando pomposità di sorta ed eccessi enfatici, in favore di una messa in scena introspettiva e suadente che fa crescere la storia e i personaggi col passare dei minuti. Se le due ore di visione risultano parzialmente lente nella prima parte, l'ultima metà è segnata da un'escalation emotiva di grande fascino. La potenza dei sentimenti, e un erotismo costante e sottotraccia, legano i rapporti tra i protagonisti di questo amaro menage a trois. Un colpo di scena finale alquanto inaspettato apre le porte a un epilogo più lieto di maturità e consapevolezza del domani. L'operazione regge bene sulle sue fondamenta strutturali e deve alle interpretazioni dell'ottimo cast quel necessario trasporto, dove Marion Cotillard si mette a nudo - anima e corpo - nell'ennesima straordinaria performance della sua carriera.

La potenza dei sentimenti, e un erotismo costante e sottotraccia, legano i rapporti tra i protagonisti di questo amaro menage a trois.

La trama inizialmente riporta alle atmosfere di un classico tutto italiano quale Il demonio (1963), con Gabrielle considerata una pazza/ninfomane dagli abitanti del suo paesino, ma ben presto la narrazione si sposta su tonalità più torride e avvolgenti: il racconto, mostrato (tolti prologo ed epilogo) in un lunghissimo flashback, diventa così un'attenta esegesi sul destino di una donna.

di Maurizio Encari
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