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Recensione Silenzio in sala
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My Way: The Rise and Fall of Silvio Berlusconi: la storia del ventennio berlusconiano secondo Silvio Berlusconi. Il documentario, online su Netflix da novembre (in inglese sottotitolato), è tratto dal libro omonimo del giornalista americano Alan Friedman.

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Voto Silenzio in Sala: 2.5/5
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Un ritratto molto anglosassone: alla versione del (fu) Cavaliere è giustapposta quella dei suoi avversari, riportata dallo stesso giornalista oppure dagli intervistati (in particolare l'ex pm di Palermo Antonio Ingroia e il notista di Repubblica Stefano Folli).

Il documentario è gradevole e scorre senza intoppi, per quanto non riesca a schiodarsi da un'impostazione molto classica, che forse è un po' sprecata per il personaggio Berlusconi, vista la sua potenzialità filmica. Il protagonista è tanto caratteristico e caratterizzato da sembrare frutto della mente di uno sceneggiatore. Il Berlusconi-personaggio irrompe in scena quando l'ex Presidente del Consiglio sceglie di abbassare il muro di difesa costruito apposta per i giornalisti: Alan Friedman ha il merito di abbattere queste barriere in più occasioni, nel corso delle 25 interviste che hanno portato al libro e poi al documentario. Il ritratto da camera, che emerge senza mediazione alcuna, è più velenoso di qualsiasi editoriale: al cospetto della sua Roba - nel senso verghiano del termine -, Silvio Berlusconi mostra tutta la sua essenza di borghese arricchito, di milanese - pure un po' mammone -, di venditore (non imprenditore) spregiudicato, di affabulatore e di megalomane un po' indebolito dall'età che avanza. L'imbarazzante sequenza girata nello spogliatoio del Milan è esemplare in questo senso. E vale più di mille descrizioni.

Sul piano estetico, il documentario mostra tutto il grottesco dietro a Berlusconi: per quanto stuoli di assistenti lo trucchino, pettinino e infiocchettino, la sua maschera di anziano decadente è più forte di qualunque finzione.



My Way: The Rise and Fall of Silvio Berlusconi merita di essere visto già solo per il viaggio nei tesori di Villa San Martino, la casa di Arcore. In quelle scene c'è tutto il tragicomico berlusconiano, dalle foto con gli amici Vladimir Putin e George Bush, fino al quadro di Benito Mussolini - da non far vedere alle telecamere - sino al maldestro tentativo di ridurre le stanze del famoso Bunga-Bunga a una sala da pranzo imbandita. Sul piano estetico, il documentario mostra tutto il grottesco dietro a Berlusconi: per quanto stuoli di assistenti lo trucchino, pettinino e infiocchettino (il dietro le quinte è spesso in scena, altra scelta azzeccata), la sua maschera di anziano decadente è più forte di qualunque finzione. Quando la camera gli sta troppo vicino, questo ritratto inquieta.

Risulta un'ottima metafora degli anni di Berlusconi, ossessionati dal corpo – suo e delle donne, meglio se seminude - e dalla sua ostensione. A proposito, il libro più importante sul tema è a firma Marco Belpoliti, Il corpo del capo (Guanda 2009).

Peccato che in diversi frangenti il documentario sia un po' inaccurato. Ci sono errori di montaggio e imprecisioni tecniche che abbassano il livello qualitativo generale. Anche sul piano della scrittura, a volte si perde di vista quale sia il pubblico con il quale Friedman dialoga: l'inglese e i voiceover precisi e didascalici non lascerebbero adito a dubbi, il target è certamente un pubblico straniero parzialmente a digiuno di politica italiana; ma poi Friedman, in particolare nella tesi della caduta di Berlusconi per mano del duo Merkel-Sarkozy, cerca di tirare fuori uno scoop anche per gli italiani. E si rivolge a loro. Il racconto così perde in chiarezza e forza: il contesto internazionale irrompe con troppo vigore in una storia che, paradossalmente, avrebbe avuto maggior impatto se fosse rimasta confinata all'Italietta introversa e provinciale. L'afflato da inchiesta è una caratteristica che trascende il film e che riguarda il Friedman giornalista: senza dubbio tra i migliori corrispondenti dall'Italia, è convinto di poter spiegare l'Italia agli italiani; e quando lo fa, gli capita spesso di non centrare il bersaglio. Un plauso, però, lo merita il passaggio – molto delicato – delle accuse di collusione mafiosa di Berlusconi. In questo caso, l'alternanza british "Berlusconi vs Ingroia" è esaustiva sul piano giornalistico e coinvolgente su quello cinematografico. Demerito, invece, per il tema delle leggi ad personam: argomento trattato in modo un po' veloce e superficiale, quando invece è uno dei pilastri su cui i detrattori del Presidente hanno costruito le loro critiche.

di Lorenzo Bagnoli
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