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Recensione Silenzio in sala
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Videorecensione

Nel primo Jurassic Park – quello diretto da Steven Spielberg, che ha dato origine a questa saga e che ha appena compiuto 25 anni – convivevano due anime distinte. Quella fanciullesca ci ha regalato alcune delle più emblematiche "scene wow" del cinema contemporaneo: queste sequenze sono ancora oggi autentici prodigi visivi, come la prima volta in cui la dottoressa Sattler e il professor Grant vedono un dinosauro.

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Voto Silenzio in Sala: 2.5/5
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La loro incredulità è anche quella degli spettatori: emozione e meraviglia in grado di risvegliare a ogni visione il bambino che fummo e che ancora è dentro di noi. La seconda anima invece era una sorta di metà oscura, fatta di scene di tensione che si mischiano al terrore quando i dinosauri carnivori rivelano la propria natura, tarsformandosi da mirabolanti attrazioni di un zoo ad autentiuci incubi preistorici da cui scappare per salvarsi la pelle. Come l'attacco del T-Rex alle jeep fuori dal recinto o la mai troppo osannata scena dei raptor in cucina. Steven Spielberg, non proprio l’ultimo degli arrivati, ha infuso nel film un equilibrio perfetto di questi due ingredienti diametralmente opposti e forse è anche per questo che Jurassic Park si è guadagnato la fama di cui gode ancora oggi.

Quando la Universal ha deciso di rivitalizzare il franchise giurassico, ha fatto leva soprattutto sul fronte stupore: Jurassic World, infatti, poggia tutto sulla meraviglia che il sogno di John Hammond sia diventato finalmente realtà e lo stupore del piccolo Gray bramoso di visitare il parco e vedere i dinosauri altro non è un riflesso di ciò che lo spettatore brama. Perché per tutta la prima ora Jurassic World era realmente ciò che tre anni fa speravamo di vedere al cinema (la seconda metà un po’ meno, ma è un altro discorso).

Diverso è questo sequel: Jurassic World – Il regno distrutto indugia molto di più sull’aspetto oscuro della vicenda, innalzando in maniera inaspettata l’asticella della tensione e spingendo prepotentemente sulla componente horror, tanto che a un certo punto sembra quasi di assistere a uno slasher (anche se totalmente privo di sangue) con il mostro che si aggira per casa e si nasconde negli angoli bui in attesa delle vittime. Ma se il tono è azzeccato - quasi audace per un blockbuster del genere - c’è comunque un grosso problema alla base di questa nuova trilogia/reboot giurassica, e parzialmente è lo stesso della nuova saga canonica di Star Wars: mancano le idee e tutto è un ricalco sfocato dei film passati.

Così come Star Wars: Episodio VII - Il risveglio della Forza seguiva le tracce di Star Wars: Episodio IV - Una nuova speranza, anche Jurassic World era una sorta di remake 2.0 di Jurassic Park.

La cosa più sconfortante è che tutta la storia è spiattellata già nel trailer e per due ore di durata non vi è nulla che sia anche solo vagamente un colpo di scena o un’invenzione visiva.

C’è un parco (nel primo era una visita test, qui funziona a pieno regime) in cui a un certo punto qualcosa va storto (saltano i recinti, qui un dinosauro fugge) e gli animali si liberano seminando il panico. Jurassic World – Il regno distrutto fa lo stesso aggiornamento prendendo come canovaccio Jurassic Park - Il mondo perduto: i dinosauri vagano liberi su un’isola senza la presenza dell’uomo a infastidirli, ma l’avidità non ha confini. Una spedizione di recupero delle specie va sull’isola (nel primo per aprire un parco a Orlando, in questo per vendere gli animali all’asta) mentre una seconda “composta dai buoni” cerca di salvarli (in questo nuovo film c’è un posticcio messaggio ambientalista e la presenza del causologo Jeff Goldblum a dare una spolverata di filosofia esistenziale e creazionista) fallendo miseramente. Giunti sulla terraferma qualcosa va storto e i dinosauri si liberano seminando terrore in città (o in un grosso villone in questo caso).

La cosa più sconfortante è che tutta la storia è spiattellata già nel trailer e per due ore di durata non vi è nulla che sia anche solo vagamente un colpo di scena o un’invenzione visiva.

Anzi, ci sono dei buchi di sceneggiatura e delle incoerenze che fanno rivalutare Bryce Dallas Howard che scappa in tacchi alti da un T-Rex nel primo capitolo. Roba che nemmeno la Asylum riuscirebbe a mettere in scena: ma davvero la creatura più pericolosa sul pianeta Terra è rinchiusa in una gabbia, senza lucchetto, senza sorveglianza, alla mercé del primo stolto che passa e che può liberarla semplicemente facendo scorrere un chiavistello? Per non parlare del fatto che i dinosauri sbranano e uccidono, ma la messa in scena è talmente concentrata sul PG-13 che non si vede una goccia di sangue nemmeno per sbaglio!

Jurassic World – Il regno distrutto è l’ennesima incarnazione del blockbuster moderno: pigro, piatto, zeppo di personaggi banali che (chi più, chi meno) sono tutti supereroi; infarcito da scene d’azione digitali che ormai non ci provocano più alcuna emozione. Ma il problema più grosso sta alla base: se non riusciamo più a stupirci o sussultare davanti a degli immensi dinosauri, cosa può destare lo spettatore dalla sua catartica apatia?

di Marco Filipazzi
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